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martedì 21 giugno 2011

'NDRANGHETA AD ALESSANDRIA, ARRESTATO UN CONSIGLIERE PDL


Un consigliere comunale di Alessandria - Giuseppe Caridi (Pdl) - è stato arrestato stamani nell'ambito dell'operazione 'Maglio' contro la 'ndrangheta nel basso Piemonte. Nel corso delle indagini - hanno riferito i carabinieri - sono emersi elementi quali il conferimento della dote di "picciotto" con cui era stato ammesso ufficialmente a partecipare alle attività della 'locale' guidata da Bruno Francesco Pronestì.

L'operazione dei carabinieri del Ros è scattata all'alba, 19 sono le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Torino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei riguardi di altrettante persone ritenute esponenti di vertice delle cosche della 'ndrangheta nel basso Piemonte.

Bruno Francesco Pronestì, uno degli arrestati, sarebbe l'esponente di vertice della ''locale'' del ''basso Piemonte'' a cui appartiene anche, sempre secondo le accuse, e il consigliere comunale di Alessandria, Giuseppe Caridi. I carabinieri hanno documentato che nella sua abitazione fu tenuta la cerimonia di attribuzione della dote di 'santa' ad alcuni degli affiliati. La ''locale'' riproduceva il modello organizzativo delle 'ndrine calabresi, atti vo ad Asti, Alba (Cn), Sommariva Bosco (Cn) e Novi Ligure (Al). In base alla ricostruzione degli inquirenti, Pronestì, con il ruolo di ''capo società'', dirigeva e organizzava il sodalizio assumendo le decisioni più rilevanti, comminando sanzioni agli altri associati a lui subordinati, dirimendo i contrasti interni ed esterni al sodalizio e curando i rapporti con le altre articolazioni dell'organizzazione.

Per chi indaga, le prime prove dell'esistenza di una ''locale di 'ndrangheta'' sul territorio piemontese sono emerse nel 2009 ai tempi dell'operazione ''Crimine'', nel corso della quale era stato documentato un incontro avvenuto all'interno di un agrumeto di Rosarno tra il ''Capo Crimine'' Domenico Oppedisano e i due indagati, Rocco Zangrà e Michele Gariuolo. Era stata ipotizzata anche la costituzione di una nuova ''locale'' di 'ndrangheta, da insediare ad Alba. Proprio in quel frangente è emerso il ruolo di vertice della struttura piemontese di Pronestì, che non condivideva la creazione di un'altra struttura territoriale, ma il cui assenso era ritenuto necessario da Oppedisano.

La nuova indagine, che oggi ha portato all'operazione ''Maglio'', delinea nel dettaglio l'esistenza e l'operatività di una locale di 'ndrangheta nel basso Piemonte, caratterizzato da tutti gli elementi tipici dell'organizzazione di riferimento: struttura verticistica, ordinata secondo una gerarchia di poteri, di funzioni e di una ripartizione dei ruoli degli associati; pratica di riti legati all'affiliazione dei membri dell'associazione ed all'assegnazione di ''doti'' o ''cariche''; comunanza di vita e di abitudini, scandita dall'osservanza di ''norme interne''; forza di coesione del gruppo che assicura omertà e solidarietà nel momento del bisogno, nonché assistenza agli affiliati arrestati o detenuti e sussidi economici ai loro familiari; impermeabilità verso l'esterno ottenuta anche con l'utilizzo di linguaggi convenzionali; disponibilità di armi. L'ingresso e il conferimento di gradi all'interno dell'''onorata società'' avveniva attraverso l'attribuzione delle cosiddette ''doti'', il cui conseguimento è espressione di potere e di prestigio in seno all'organizzazione.

Lo scorso 8 giugno un'analoga operazione, denominata "Minotauro", aveva portato all'esecuzione di 151 ordinanze di custodia cautelare in tutta Italia per la presenza della 'ndrangheta nella sola provincia di Torino. Gli arresti effettuati furono 146; cinque persone sono tuttora latitanti.


Repubblica

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domenica 19 giugno 2011

DAI CLAN CALABRESI 24MILA EURO PER FAR ELEGGERE IL FIGLIO DI CORAL


TORINO - E' costato 24 mila euro, secondo i magistrati, l'interessamento della 'ndrangheta per l'elezione di Ivano Coral, figlio di Nevio, in consiglio provinciale nel 2009. Dalle telefonate intercettate durante le indagini dell'operazione Minotauro, il passaggio di denaro si intuisce chiaramente.

Così come si evince che Coral si sarebbe interessato in altre occasioni a pagare le spese legali di "parenti" arrestati, e a sostenere le loro famiglie. La "cena elettorale" si svolge nell'albergo del figlio Claudio, il Verdina di Volpiano. Nevio Coral cerca consensi per l'altro figlio, Ivano, già succedutogli come primo cittadino di Leinì e poi candidato alle elezioni amministrative provinciali del 6 giugnio 2009.

Il 18 maggio, Emilio Gallo con precedenti per reati inerenti gli stupefacenti, chiama Vincenzo Arghirò, esponente del "crimine", partecipe della "società maggiore" con la dote di "quartino" conferitagli il 13 aprile 2008, affiliato alla 'ndrangheta quantomeno dal 1997 e gli chiede se sia possibile organizzare un incontro con "Nevio" (Coral). "Gallo gli passa la comunicazione - scrive il gip nell'ordinanza - e nel corso della telefonata emerge in maniera palese che Coral si rivolge ad Argirò per aiutare la carriera politica del figlio Ivano. In altri termini, l'indagato assume l'iniziativa per ottenere l'appoggio e i consensi elettorali di cui lui e il figlio hanno bisogno. Argirò si dimostra disponibile e i due si accordano per incontrarsi a cena mercoledì 20 maggio 2009, al ristorante Verdina, di Volpiano, di proprietà del già citato Claudio Coral, figlio di Nevio".

La mattina del giorno successivo, a riprova dell'importanza della questione, viene intercettata una telefonata tra Gallo e Argirò che si risentono in separata sede, nella quale Argirò, che alla cena inviterà alcuni "parenti" che avrebbe piacere di presentare all'organizzatore della serata. Gallo si preoccupa di precisare che a Coral "interessa Borgaro e Volpiano", riferendosi alle zone nelle quali questi intende prendere consensi a favore del figlio. I due, proprio per favorire il contatto con il gruppo 'ndranghetista di Volpiano, concordano di invitare anche Nicola e Valter Macrina, due esponenti della locale di Volpiano già conosciuti, evidentemente, anche per questioni lavorative dallo stesso Coral.

Alla cena, che dura circa tre ore, e alla quale il Nucleo investigativo di Torino fa in modo di "partecipare" con le microspie, sono presenti oltre a Coral e Argirò, Vincenzo Todarello, Antonio Ruberto, Emilio Gallo, Eduardo Cataldo, Gioachino Giudice, Massimiliano Lastella. L'ex sindaco di Leinì, ora consigliere comunale, illustra "i progetti di sviluppo ambientale riguardanti la zona di Volpiano, lasciando chiaramente intendere ai presenti (che chiama con l'appellativo di "imprenditori"), che si aprirebbero molteplici prospettive di lavoro" come scrive il gip. "Credo che qui siamo tutti imprenditori ognuno nella sua misura - dice Coral agli invitati - non è vero che siamo dei disonesti, abbiamo solo bisogno di lavorare". Gallo dice esplicitamente che Ivano punta a un assessorato. E Coral aggiunge "... varrebbe la pena esserci, ma esserci vuol dire organizzare anche lavori pubblici... perché al massimo sono milioni di euro di lavoro sul territorio...". E ancora, parlando di lavoro di squadra: "Innanzitutto prendiamo uno lo mettiamo in Comune, l'altro lo mettiamo nel consiglio, l'altro lo mettiamo in una proloco, l'altro lo mettiamo in tutta altra cosa, magari arriviamo che ci ritroviamo persone nostre... e diventiamo un gruppo forte...". La cena si conclude con la distribuzione di volantini agli ospiti che subito dopo si allontanano in diverse direzioni.

Todarello il 5 giugno parla con Francesca Argirò e le dice dovranno perorare la causa di Ivano Coral per le vie di Volpiano e Brandizzo e che per farlo hanno ricevuto 24 mila euro che Todarello al telefono chiama "la fattura". La presunta opera di volantinaggio produce i suoi effetti a distanza di pochissimi giorni visto che Coral figlio ottiene 1.797 voti a Borgaro, 2.836 voti a Leinì e 1.937 voti a Volpiano. Il 13 giugno a bordo della Golf, Argirò, sua moglie e Todarello: "Noi gli abbiamo dato i risultati" ora bisogna "tenere in pugno" Coral.


Repubblica

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martedì 7 giugno 2011

REFERENDUM, LA STAMPA CATTOLICA FA CAMPAGNA PER I QUATTRO "SI"


CITTÀ DEL VATICANO - "Salviamo sorella acqua!". "La legge è uguale per tutti". "No all'energia nucleare". Una valanga di frasi e di slogan a favore dei "sì" ai 4 referendum, ma anche forti, convinti inviti a "credenti, non credenti e uomini di buona volontà" a partecipare compatti al voto di domenica e lunedì prossimi per "centrare l'obiettivo di raggiungere il quorum". E' il grande tam tam messo in atto dai settimanali diocesani in questi giorni in edicola in vista del voto referendario.

Nella stragrande maggioranza dei giornali di proprietà dei vescovi italiani (190 testate per un tiratura media di oltre un milione di copie), campeggiano editoriali che non fanno mistero di tifare apertamente per i "sì", in linea con analoghi appelli fatti in anche da sigle storiche come Azione cattolica italiana, Acli, Pax Christi, e da ben 40 diocesi.

Tra gli interventi più autorevoli, quello di Roma 7, il settimanale diocesano di Roma (la diocesi del Papa) guidata dal cardinale vicario Agostino Vallini, che nell'ultimo numero pubblica un ampio intervento contro il nucleare e a favore della difesa dell'acqua "come bene comune", ricordando che su queste tematiche venerdì prossimo la Cei organizzerà un convegno dal titolo "Per una Chiesa custode del creato" presso la facoltà teologica di Padova. Appuntamento cruciale alla vigilia dei referendum, come ricorda anche La difesa del popolo (Padova).

Dello stesso tenore è l'appello della Azione cattolica pubblicato su Millestrade, testata della diocesi di Albano, retta dal vescovo Marcello Semeraro, presidente della editrice del quotidiano cattolico Avvenire: "L'acqua, l'energia, la giustizia sono temi di interesse comune e centrali per i singoli cittadini e per l'intera comunità" per cui "partecipare attivamente al voto diventa un'alta forma di democrazia". Ancora nel Lazio, il settimanale della diocesi di Civita Castellana, nella nota "Non privatizzare sorella acqua" ricorda che domani in piazza San Pietro "missionari, suore e sacerdoti si riuniranno per digiunare e pregare in difesa dell'acqua" su invito dei missionari Alessandro Zanotelli e Adriano Sella.

Anche La voce del popolo (Brescia), invita i cittadini a recarsi "massicciamente" alle urne per centrare l'obiettivo del quorum", polemizzando con i "tentativi" fatti dal governo per vanificare il voto sul nucleare e di mettere la sordina ad "una questione di rilevanza universale come è la gestione dell'acqua come bene comune".

Non mancano editoriali che legano la sorte del governo Berlusconi ai referendum: "Inizia una nuova fase?" si chiede, infatti, La Cittadella (Mantova). Sferzante, La Vita casalese (Casale Monferrato): "Il vento è cambiato" per un "governo cabarettista ed umiliato ogni volta che ha partecipato a consessi internazionali. "C'è un tempo per... cambiare", tuona - evocando l'Ecclesiaste - Risveglio Duemila, (Ravenna-Cervia).

Tante le schede sui "sì" e sui "no", come fanno, ad esempio, Il Popolo (Pordenone) - "Acqua nostra e gli altri referendum"; L'Azione (Vittorio Veneto) - "Referendum sul nucleare, una scelta per quale futuro?" - ; Il nostro tempo (Torino) che, però, ricorda pure che "l'acqua è anche una questione etica". Per Vita Trentina (Trento) "l'acqua è di tutti come l'aria, e le politiche che vogliono privatizzarla sono contrarie all'approccio cristiano". Dello stesso tono il Corriere Cesenate (Cesena-Sarsina), che, però, avverte che " il vero problema è la partecipazione".

Non meno significativi i richiami di Notizie di Carpi, ("Alle urne per decidere su acqua, nucleare e legittimo impedimento"), del Corriere Apuano (Massa Carrara-Pontremoli), che di fronte a tentativi di vanificare i referendum parla di "scippo e insulto alla sovranità popolare" e definisce "l'abolizione del legittimo impedimento non un sì antiberlusconiano, ma un sì alla Costituzione che sancisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge".

Ancora "convinti sì" ai 4 quesiti da Toscana Oggi (diocesi di Firenze), che correda il servizio con schede tecniche", e dai francescani del Sacro Convento di Assisi che sulla loro rivista, San Francesco Patrono d'Italia, in più occasioni hanno sposato la causa dei referendum in difesa di "nostra sorella acqua, dell'ambiente e di tutto il creato". Pochissime, invece, le voci fuori dal coro, come quelle de L'Avvenire di Calabria (Reggio Calabria) e de La Voce (Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino), che invitano ad appoggiare il decreto Ronchi "perché il vero problema dell'acqua sono le condutture e l'inadeguatezza dei servizi pubblici".


Repubblica

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martedì 17 maggio 2011

FASSINO SINDACO SUBITO, DOPPIA IL RIVALE COPPOLA


TORINO - La chiamata alle armi degli ultimi dieci giorni, l’appello al voto utile per chiudere la pratica al primo turno, si sono dimostrati una carta vincente. Piero Fassino è il nuovo sindaco di Torino. Subito, senza dover ricorrere al ballottaggio come a un certo punto, qualche settimana fa, sembrava possibile. Raccoglie l’eredità di Sergio Chiamparino, e lo fa doppiando il suo principale avversario, Michele Coppola: 246.615 voti contro 118.942 a spoglio quasi concluso, che significa 56,65 per cento contro 27,32, con un’affluenza alle urne del 66,5 per cento, superiore a cinque anni fa.

Quando Fassino si era candidato alle primarie del centrosinistra in tanti, anche dentro il Pd, avevano parlato di un suo pensionamento, come se bisognasse trovargli una sistemazione. L’ex segretario Ds, invece, si sgolava nel ripetere che con il federalismo si può anzi, si deve - fare politica anche dalla periferia. Spiegava che il sindaco di una grande città vale come un ministro. I risultati di ieri gli danno ragione. E il successo, così rotondo, al di sopra delle più rosee previsioni, lo rilancia sulla scena politica nazionale: «Il voto di Torino, insieme a quello di Milano e di altre realtà del Nord, indica un rovesciamento dei rapporti di forza, un’inversione di rotta che avrà inevitabili conseguenze sul quadro politico».

Per lui parlano i voti: una percentuale di consensi personali che viaggia oltre la coalizione che lo sostiene, ma anche un Pd che supera il 34 per cento senza contare l’exploit dei Moderati, la lista civica nata nel 2006. Fassino raccoglie un’eredità pesante. Lo sa e non lo nasconde: «Sento tutta la responsabilità di questo risultato». Le sue prime parole da sindaco sono un tributo al predecessore: «Chiamparino è un grande sindaco, ha restituito ai torinesi l’orgoglio e io gli sono grato per il sostegno fraterno che mi ha assicurato fin dal primo giorno». Da Palazzo Civico, prima dell’abbraccio e di un ideale passaggio di consegne, Sergio Chiamparino, grande elettore dell’ex leader Ds e uno dei primi sponsor della sua candidatura, raccoglie un’ultima volta il frutto di dieci anni da sindaco: «Avevo scommesso sulla vittoria di Fassino al primo turno. Mai avuto dubbi. Piero darà continuità, ma anche la necessaria innovazione, a una politica che premia il centrosinistra».

Il centrodestra, invece, esce dalla competizione con le ossa rotte: il Pdl precipita intorno al 18,3 per cento, la Lega Nord perde tre punti rispetto alle regionali e si ferma sotto il 7. La performance del candidato sindaco Michele Coppola, poi, al di sotto del trenta per cento, suona come un campanello di allarme anche per il presidente della Regione, il leghista Roberto Cota, già penalizzato dalla forte flessione della Lega.

Numeri che preludono alla resa dei conti interna, come lasciano immaginare certe dichiarazioni di alcuni maggiorenti del Pdl: il risultato del centrodestra è peggiore di quel che veniva considerato il punto più basso di sempre, quel 29,44 per cento racimolato nel 2006 da Rocco Buttiglione contro Chiamparino. Allora, per di più, in coalizione c’era l’Udc, stavolta per conto proprio. «Un torinese su tre mi ha votato», ragiona lo sconfitto. «Sono dispiaciuto per il risultato, ma è stata un’esperienza positiva. Ho 38 anni e una vita davanti».

Non sorride nemmeno il Nuovo Polo. Udc e Fli crollano. Il candidato sindaco Alberto Musy, l’avvocato che sperava di coagulare intorno a sé parte della società civile e della borghesia intellettuale torinese, non riesce a sfondare il muro del 5 per cento, e finisce scavalcato dai «grillini».

Il Movimento 5 Stelle entra in Comune con Vittorio Bertola, portando in dote quasi il 5 per cento, meglio delle regionali di un anno fa. Esce invece di scena la Federazione della sinistra: aveva quattro consiglieri; non ne avrà nemmeno uno.


La Stampa

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mercoledì 9 marzo 2011

QUOTE ROSA, SI DEL GOVERNO, VIA NEL 2015


Il governo ha ritirato il parere negativo sull'emendamento sulle quote rosa (30% di donne) nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in Borsa o a partecipazione pubblica. Il provvedimento si è così sbloccato alla commissione Finanza al Senato, dopo che martedì l'esecutivo - accogliendo le perplessità degli industriali - si era opposto all'entrata a regime dal 2015 proponendo il 2018. Il governo ha quindi ritirato il parere negativo all'emendamento Germontani sui cui si riconosce l'intera Commissione e questo ha consentito di approvare il disegno di legge sulle quote rosa che ora andrà in aula dopo il voto bipartisan dei mesi scorsi alla Camera.

ITER - Comunque, in caso di approvazione - che secondo alcuni analisti a questo punto non è affatto scontata - il testo dovrà tornare a Montecitorio. Martedì in commissione erano già state ammorbidite le sanzioni: non più la decadenza immediata dei consigli di amministrazione che non rispettano la legge, ma prima una diffida poi una multa e, solo alla fine, la decadenza.


Corriere
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lunedì 28 febbraio 2011

PRIMARIE "PD", A TORINO VINCE FASSINO, VOTANO IN 53MILA


Questa volta il Pd vince le primarie. A Piero Fassino va la prima battaglia per diventare sindaco di Torino. Ottiene il doppio dei voti del suo avversario, il giovane Davide Gariglio, che aveva fatto del rinnovamento generazionale il principale atout nella lotta tra candidati del partito di Pierluigi Bersani.

I rappresentanti delle altre forze di centrosinistra si dividono meno del trenta per cento dei voti. Ma il vero vincitore della domenica torinese è il popolo delle file, quasi 53 mila elettori che si sono messi in coda fin dal mattino, spesso attendendo in mezzo alla strada di fronte ai camper trasformati in seggi, polverizzando ogni precedente record di affluenza in città.

Alla fine dello scrutinio, l'ex segretario dei Ds ha raccolto 29.297 voti, pari al 55,28%; Gariglio il 27,39%, Gianguido Passoni il 12,42%; Michele Curto il 4,15% e Silvio Viale lo 0,76%. Alla consultazione hanno partecipato 53.185 persone, più o meno un elettore su 4 del centrosinistra. Fassino ha ricevuto le prime telefonate di congratulazioni da Bersani e Prodi. Anche l'ex leader dei Ds ha lanciato un appello simile a quello di Gariglio: "Adesso lavoriamo tutti uniti per la scaenza di maggio". Felice anche il sindaco uscente della città, Sergio Chiamparino. "La fase della mia successione inizia nel migliore dei modi. L'elevata affluenza al voto e la serenità e compostezza della partecipazione hanno riabilitato le primarie".

Questo è il responso di una domenica in cui protagonista assoluta è stata la partecipazione al voto. Del tutto inattesa in queste dimensioni, al termine di una campagna elettorale non sempre serena, giocata spesso sulla contrapposizione personale. Eppure, alle quattro del pomeriggio Giuseppe governa la fila che si snoda in silenzio di fronte al camper di piazza Guala, periferia sud di Torino, alle spalle di Mirafiori. Sono trenta, quaranta persone: "Alle 10 del mattino erano anche un centinaio". Ordinate e soprattutto silenziose: "Signora per chi vota?". "Ho deciso di venire qui, ma il voto è segreto. Non lo dico". Proprio come se quel camper parcheggiato di fianco a un'aiuola, in una piazza che conoscono tutti solo per essere una delle sedi dell'Aci della città, fosse un seggio vero, di elezioni vere, quelle in cui non si dichiara il voto a nessuno e, per favore, non dimenticate di riconsegnare la matita copiativa. L'età media della fila in questo pezzo di periferia supera chiaramente i 50 anni.

Ma non dappertutto è così. Al seggio di via Chiesa della Salute, alle spalle di quella che un tempo era la federazione torinese del Pci quando Fassino era segretario, in fila ci sono giovani e anziani. Giovanni, uno dei volontari al seggio, approfitta dell'occasione per prendere due piccioni con una fava: "Mentre aspettate di votare perché non firmate l'appello per le dimissioni di Berlusconi?".

Al circolo Garibaldi, zona Molinette, si presenta alle 19 il rettore del Politecnico, Francesco Profumo. Una ragazza con lo stemma di Michele Curto sulla giacca lo invita a trasferirsi cinquecento metri più in là: "Lei non è in questo seggio, professore. Non possiamo accettarla".

Alle 20 molti dei 73 seggi rimarranno aperti per smaltire la fila dei votanti. Alla fine i votanti saranno 52.922: un record. Basti il confronto con città molto più grandi: 42 mila votanti a Napoli, 67 mila a Milano. La partita di maggio si presenta meno difficile. Anche se il centrodestra annuncia battaglia candidando un giovane esponente del Pdl. Il nome sarà reso noto nelle prossime ore ma è chiaro che si giocherà tutto, anche qui, sul rinnovamento generazionale e Fassino sarà costretto a una nuova campagna elettorale in cui far valere il peso dell'esperienza.


Repubblica
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martedì 15 febbraio 2011

CASO RUBY, PREMIER A PROCESSO IL 6 APRILE


È fissata per il prossimo 6 aprile l'udienza del processo a carico del premier Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Lo ha stabilito il gip di Milano Cristina Di Censo, disponendo il rito immediato nei confronti del premier. Il giudice per le indagini preliminari ha quindi riscontrato la fondatezza delle accuse rivolte al presidente del Consiglio. Nel suo provvedimento, di circa 30 pagine, il gip precisa infatti di non riferirsi alla «prova della responsabilità», ma alla «fondatezza» dell'accusa. In altre parole, il giudice non anticipando il suo ruolo che non è quello di pronunciare una sentenza in questa fase del procedimento, ritiene che occorra un processo per valutare se questa accusa, al momento fondata, possa trasformarsi in un verdetto di colpevolezza per Berlusconi.

GIUDICATO DA DONNE - A giudicare il capo del governo sarà un collegio composto da tre donne, i giudici della quarta sezione penale Carmen D'Elia, Orsolina De Cristofaro e Giulia Turri. La decisione del gip in merito alla richiesta avanzata dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno e dal pm Antonio Sangermano è stata accolta con soddisfazione in Procura. «Ora andremo in udienza» si è limitato a dire, sorridendo, il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati.

GLI AVVOCATI DI BERLUSCONI - «Non ci aspettavamo nulla di diverso» ha commentato a caldo l’avvocato Piero Longo, uno dei legali del premier. Quanto al fatto che il collegio giudicante sarà composto da sole donne, il legale ha anche osservato: «Già ci sono nel processo Mills; benissimo, le donne sono gradite e qualche volta anche gradevoli».

NO COMMENT DEL PREMIER - Appena battuta dalle agenzie, con prevedibile velocità, la decisione di sottoporre a processo immediato il primo ministro italiano, ha fatto il giro del mondo, rilanciata dai siti di informazione internazionale. In Italia le reazioni politiche non si sono fatte attendere: il Pdl ha subito parlato di «giustizia a orologeria», mentre il Pd chiede che il premier si presenti davanti ai giudici. No comment, invece, da parte del diretto interessato: Berlusconi, in visita a Mineo, ha lasciato la Sicilia senza fare dichiarazioni. Uscito a bordo di un'auto dal residence degli Aranci, dopo aver tenuto un sopralluogo nella struttura che potrà ospitare migliaia di immigrati sbarcati sull'isola nelle ultime ore, il capo del governo ha deciso di disertare la conferenza stampa alla Prefettura di Catania, dove era atteso, e di rientrare immediatamente a Roma per impegni improrogabili.

LE MOTIVAZIONI - Nel fissare per il 6 aprile l'inizio del dibattimento, il giudice non si è limitata ad accogliere la richiesta della procura di Milano ma ha motivato la sua decisione e, secondo quanto appreso, avrebbe esaminato tutte le questioni più delicate sulla questione, a partire dalla competenza, confermando quella del tribunale di Milano. Nelle motivazioni che hanno accompagnato la sua decisione, il gip ha affrontato anche le questioni dell'evidenza della prova e della connessione tra i reati contestati. Nelle ultime 15 pagine del suo provvedimento (costituito da circa 30 pagine in totale) il gip elenca le fonti di prova a carico del premier. Nella prima parte del provvedimento, dopo la spiegazione delle due imputazioni (concussione e prostituzione minorile), il giudice, da quanto si è saputo, affronta la questione della piena legittimità del rito immediato dal punto di vista costituzionale e dell'ordinamento giuridico. Poi la parte sulla competenza della Procura di Milano ad indagare, poichè il premier, stando al provvedimento del gip, avrebbe esercitato pressioni sulla Questura per il «rilascio» di Ruby, abusando della sua qualità e non della sua funzione di primo ministro. Nella parte successiva, il giudice, invece, chiarisce che anche per il reato di prostituzione minorile si può disporre il processo immediato, perché in questo caso il reato più grave, la concussione, «attrae» anche il secondo. E il rito immediato poi, spiega ancora il giudice, non limita il diritto di difesa dell'imputato. Più avanti nelle motivazioni il gip fa riferimento anche alla prova della fondatezza delle accuse che è stata raggiunta, sottolineando però che va distinta dalla prova della responsabilità su cui deciderà il Tribunale. E proprio in questa parte, il magistrato chiarisce che dalle fonti di prova emerge che i fatti a carico del premier sono dimostrati. Inoltre, nel provvedimento si spiega che sussistono tutti e tre i presupposti previsti per il rito immediato: l'evidenza della prova, un tempo di indagine inferiore ai 3 mesi e la convocazione per l'interrogatorio dell'indagato. Infine, le ultime pagine dedicate all'elenco delle fonti di prova.


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mercoledì 9 febbraio 2011

TOMMASI, "NON SONO UNA ESCORT. BERLUSCONI MI HA DELUSA"


Prostituzione, droga e banconote false. Le non è indagata, ma il suo nome è spuntato nell'inchiesta della Procura di Napoli. Inchiesta che, visti i personaggi, appare sempre più legata all’indagine milanese sul "caso Ruby". Ora Sara Tommasi racconta la sua verità.

«Quando l’ho conosciuto, Silvio Berlusconi ha conquistato il mio cuore, come quello degli italiani. Ora sono delusa. Uno scandalo del genere può coinvolgere una starlette come me, ma non un politico, che dovrebbe dare il buon esempio. Lui invece è super processato», spiega la soubrette raggiunta al telefono dall’agenzia Ansa a Dubai, dove è in vacanza.

«Non sono una escort», precisa, ridendo. «Magari lo fossi, sarei molto ricca», aggiunge la ragazza, che ha nel suo curriculum anche una laurea in Economia alla Bocconi. Giura di sentirsi «assolutamente tranquilla» nonostante il collegamento del suo nome ad un cocktail esplosivo di sesso, droga e camorra. «Il mio lavoro mi porta a contatto con un certo ambiente e personaggi del calibro di Berlusconi, Gheddafi, Putin. Non mi pento di niente. Che cosa avrei dovuto fare? Non lavorare nello spettacolo?», esclama. Lo scandalo e le possibili conseguenze, dice, «non mi porteranno vantaggi, ma neanche svantaggi», anzi è probabile che alla fine questo clamore dia ulteriore notorietà e lavoro, «come è già successo ad altre ragazze, vedi Belen».

La preoccupazione, quasi un’ossessione, è invece quella di «ricatti, persecuzioni, telefonate anonime, pedinamenti e violenze» che non le consentono più «di uscire di casa». Tutti episodi oggetto di denunce «fatte da tempo» contro ignoti - spiega - e di segnalazioni a numeri dedicati alle vittime di stalking. «Dov’è la polizia in questo Paese?», si chiede Sara Tommasi. «Il vero scandalo è questo: che una ragazza spaventata sia preda facile di banditi», aggiunge. «Siamo in mano alla camorra, alla mafia e ai ricatti. Non vorrei che ci fosse anche la politica dietro a tutto questo», sussurra. Dopo l’incontro con la presentatrice televisiva Susanna Petrone e la relazione con Ronaldinho, racconta Sara, la sua vita è cambiata, ed è finita «in contatto con giri che hanno un loro schema».

In particolare, oggi la ragazza sente la vicinanza sgradita «di persone legate a un brutto giro, forse al narcotraffico», che la seguono e la molestano. «Mi capita al supermercato di sentire una forte pacca sulla spalla, di girarmi e di vedere che è una persona che non conosco. Mi sento come se mi iniettassero qualche sostanza. Mi è capitato anche di andare al bar, di chiedere un caffè e di trovarmi qualcosa nella tazzina», racconta. Dopo tutti questi episodi «ho deciso che assumerò una guardia del corpo, visto che il governo non spende soldi per la protezione delle donne», aggiunge. A proposito di Fabrizio Corona e di Vincenzo Saiello, detto "Bartolo", Sara afferma: «Il mio lavoro mi porta ad avere a che fare anche con personaggi chiacchierati. Corona è sulla cresta dell’onda da tempo: lo scandalo della coca ha portato fortuna a lui e a Belen. La mia conoscenza con Bartolo è legata invece alla collaborazione con Corona. Con Bartolo mi è capitato di lavorare una volta sola».

Sulla vicenda arriva anche la reazione di Berlusconi. «In questa storia non c’è nessun reato penale, questa ragazza si è rovinata la vita e si è inventata tutto. Avete visto quanti messaggi mandava, ci sono andate di mezzo anche persone famose», ha detto il premier, a quanto riferiscono alcuni presenti, nel corso del suo intervento all’Ufficio di presidenza del Pdl. Intanto oggi gli inquirenti hanno effettuato perquisizione nell’appartamento milanese della Tommasi e nell’appartamento di Giugliano (Napoli) dove abita Vincenzo Saiello, alias "Bartolo", l’impresario al centro dell’inchiesta della procura di Napoli su un giro di prostituzione e banconote contraffatte nella quale sono spuntati gli sms, ora affettuosi ora minacciosi, che la showgirl ha inviato tra dicembre e gennaio scorsi al premier Berlusconi. Riparte così l’attività degli inquirenti che nei prossimi giorni - la data non è stata ancora fissata - intendono ascoltare anche la Tommasi come persona informata dei fatti. La starlette, come lei stessa si definisce, si trova in vacanza all’estero.

Ed è proprio sulla figura di Bartolo e del suo presunto socio Giosuè Amirante, interrogato oggi, che si sono concentrate le indagini degli inquirenti. L’inchiesta è condotta dai magistrati dell’antimafia per lo scenario malavitoso in cui si muoverebbero alcuni protagonisti del giro di prostituzione. È stata smentita intanto l’indiscrezione di un imminente incontro tra i pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio - titolari dell’inchiesta napoletana sul giro di prostituzione - e i colleghi della procura di Milano che indagano sul caso Ruby. «Non vi è stata e non è prevista alcuna attività di indagine comune con la Procura di Napoli», ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati. Anche il procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, ha escluso contatti tra le due inchieste. «Nessun elemento di connessione sussiste, allo stato, tra le investigazioni», ha spiegato sottolineando che non ci sarà alcuna riunione di coordinamento tra i due uffici giudiziari. Il procuratore mette l’accento anche sulla fuga di notizie che « sta compromettendo gravemente le indagini in corso e danneggia persone completamente estranee alle indagini». Da qui la decisione di avviare un procedimento per individuare i responsabili, mentre è già cominciato da parte degli inquirenti il materiale sequestrato oggi nel corso delle perquisizioni.


LaStampa Leggi tutto...

mercoledì 24 novembre 2010

(VIDEO) ENNESIMO INTERVENTO DI BERLUSCONI IN DIRETTA A BALLARO'


Una mobilitazione per l'11 e il 12 dicembre con raccolta di firme a favore del governo e, probabilmente, un nuovo simbolo dopo il voto di fiducia. Su queste due direttrici si sta muovendo Silvio Berlusconi in vista della nuova fase che si aprirà dopo il voto del Parlamento, il 14 dicembre. Intanto striglia il partito, diviso e nel quale quasi ogni giorno si apre uno scontro interno. "Le questioni interne - dice - conto di affrontarle quanto prima con la consueta disponibilità a prendere in considerazione le opinioni. Nel frattempo invito tutti a senso di responsabilità, sobrietà, rispetto dei nostri militanti e dei nostri elettori che non approvano personalismi ed esibizionismi". Poi, in serata, telefona in diretta a Ballarò. Il programma affronta il tema dei rifiuti e Berlusconi vuole rivendicare l'azione del governo e le "promesse mantenute". Ma la telefonata degenera. "Siete dei millantatori", chiosa il presidente del Consiglio prima di interrompere la comunicazione.

Ipotesi di cambiamento. Fonti accreditate dicono che il premier ha in mente di cambiare. L'ipotesi è che dal simbolo scompaia la scritta 'Pdl': così resterebbe solo 'Berlusconi presidente' o 'Silvio Berlusconi'. Ma potrebbe scomparire anche il Pdl: il premier avrebbe intenzione di bruciare le tappe e lanciare il nuovo partito proprio dopo il 14 dicembre. La data che farà da spartiacque tra vecchio e nuovo corso, dopo la quale Berlusconi dovrebbe - secondo le fonti - evocare una sorta di nuovo 'predellino', una 'uscita forte' dal punto di vista mediatico. Intanto si lavora alla mobilitazione. Sabato 11 dicembre manifestazioni in tutte le regioni, fra piazze e teatri. Il 12 i gazebo con la raccolta firme per chiedere ai sottoscrittori di sostenere il governo che, scrive il Cavaliere in una nota, "ha messo a punto il piano per il Mezzogiorno che sarà approvato nel prossimo Consiglio dei ministri dopo aver varato nelle scorse settimane la legge sulla stabilità finanziaria, già approvata dalla Camera, il federalismo fiscale e il piano per la sicurezza".

La telefonata a Ballarò. Intorno alle 22 il premier chiama in diretta il programma di RaiTre. Si discute di rifiuti, lui parla di un "ritorno di protesta" riferendosi a quanto accadde la sera del 2 giugno scorso, quando a mandarlo su tutte le furie fu un servizio sulla manovra economica del governo. Anche in quel caso telefonata, rapido intervento e giù la cornetta. "Il servizio che avete mandato in onda è mistificatorio - dice - avete fatto vedere una mia garanzia circa la soluzione di un problema in dieci giorni e circa la soluzione di un altro problema in tre giorni. In dieci giorni, attraverso il nostro Dipartimento della Protezione civile, siamo intervenuti, abbiamo rimediato alla situazione ed evitato che i rifiuti producessero miasmi. E abbiamo risolto la situazione intorno al Vesuvio alla fine del nono giorno". Poi continua: "Tre giorni fa avevo detto che i rifiuti dal centro di Napoli, dovuti all'inefficenza delle aziende delagate dal Comune, sarebbero stati rimossi, siamo intervenuti con l'esercito e sono stati rimossi, le nostre promesse sono state mantenute e lei - intima al conduttore Giovanni Floris, che cerca di fargli una domanda - la deve smettere di interrompere quando una persona deve dare una spiegazione conseguente a un misfatto di informazione che è stato commesso".

Berlusconi a Floris: "Siete dei mistificatori". "Se vuole, può venire in trasmissione", dice Floris ma il presidente del Consiglio lo interrompe con toni molto nervosi: "Lei crede che la Rai sia sua ma è pagata dai soldi di tutti gli italiani", dice, mentre il sala monta un mormorìo pronunciato, "non rispondo alle sue domande, voi - continua - siete dei prepotenti e mistificatori, l'ottimo ministro Fitto (ospite in studio, ndr) vi saprà dare delle risposte", "questa vostra tecnica non può funzionare con me che se permette di televisione me ne intendo". E chiude il telefono.

Floris: "Il problema è suo, non di Ballarò". Floris precisa che "noi, come già accaduto, quando arriva una telefonata del presidente del Consiglio la prendiamo, poi se si rimangia la parola è un problema suo, non un problema di Ballarò". Un problema che Floris sollevò - sempre a cornetta riattaccata - anche il 2 giugno quando il premier disse che non era "accettabile sentire in una tv di Stato certe menzogne". Anche allora non lasciò il tempo alle repliche. E il conduttore, come anche stavolta, replicò - sempre a conversazione troncata - che "quello che non è accettabile in una tv di Stato è che si inizi un dialogo e poi si insulti buttando giù il telefono prima che arrivi la risposta". Questa volta il giornalista spiega che "l'identità del nostro programma è che possano confrontarsi il bianco e il nero, esporre le proprie idee e venire confutati o coroborati dalle domande del giornalista. Da dieci anni - continua Floris - Ballarò si caratterizza per questo confronto, con quest'ottica abbiamo sempre ospitato le telefonate di Berlusconi, verrà un giorno che in Italia si potrà far parlare destra, sinistra e centro e noi siamo qui ad aspettarlo. Domani si vota su Rai e pluralismo, e non vorrei che questo intervento sia pontiere del voto...".

Le reazioni. In studio a Ballarò c'è anche il deputato di Fli Fabio Granata. Che subito dopo la telefonata riprende il discorso interrotto e dice a Floris: "Lei mi chiedeva della leadership di Berlusconi, da questa telefonata le posso dire che noi non gli riconosciamo alcuna leadership, Berlusconi fa propaganda". Al presidente del Consiglio fa eco il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini, che affida alle agenzie di stampa il suo pensiero: "La faziosità dei programmi Rai non è più tollerabile. E' inaccettabile come il servizio pubblico italiano, pagato con i soldi dei cittadini impedisca a un presidente del Consiglio di esprimere il proprio pensiero e le proprie opinioni. Ormai in Rai trova solo spazio chi denigra e deride questo governo e il presidente". Aggiunge Francesco Casoli, vice capogruppo Pdl a Palazzo Madama e membro della commissione di Vigilanza Rai: "E' inutile che Floris giustifichi la sua faziosità, basta solo ascoltare a chi sono indirizzati gli applausi di una claque ammaestrata per capire quanto Ballarò sia sbilanciato a sinistra. A Granata - aggiunge - faccio notare che Fini fa politica tanto quanto il premier solo che poi si nasconde dietro l'istituzionalità della sua carica".

Berlusconi, commenta il capogruppo dell'Idv, Massimo Donadi, "si conferma per quel che è, un venditore di fumo arrogante e mistificatore. Le bugie sull'emergenza rifiuti non hanno bisogno di spiegazioni, la realtà è sotto gli occhi di tutti". E Antonio Di Pietro: "L'aggressione a Floris è la prova provata che Berlusconi è abituato solo a utili servi e a discepoli consenzienti". Osserva Giuseppe Giulietti, portavoce dell'associazione Articolo21: "Se ancora ci fosse stato bisogno di un prova dell'assenza di equilibrio che caratterizza il presidente del Consiglio, è puntualmente arrivata. Per l'ennesima volta ha dimostrato che non è in grado di accettare il contraddittorio e che non accetta altro che domande concordate. Sarà bene che il presidente Galimberti e il dg Masi ricordino al premier che valgono anche per lui le regole del contraddittorio e della buona educazione".


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mercoledì 17 novembre 2010

INTERVISTA A SAVIANO, "CHE LA LEGA PARLI SULLA MAFIA AL NORD"


"Un attacco del tutto immotivato". Roberto Saviano risponde al ministro dell'Interno Maroni che ha definito "infame" la ricostruzione sulle infiltrazioni di mafia in Lombardia, terra della Lega. "Vieni via con me", alla sua seconda puntata, ha registrato un pazzesco record di ascolti. "Un miracolo", dice Saviano e la sua voce si accende. Ma c'è anche la polemica frontale con il Carroccio. Maroni e lo scrittore si stimano. Ora forse meno. Soprattutto per colpa di un passaggio nelle dichiarazioni del titolare del Viminale. Lì dove sfida Saviano a ripetere le accuse di lunedì "guardandolo negli occhi". Dice Saviano: "Una frase che mi ha molto inquietato".

Perché?
"Mi ha ricordato un altro episodio. Su Repubblica scrissi una lettera a Sandokan Schiavone dopo l'arresto del figlio. Lo invitavo a pentirsi. L'avvocato di Schiavone mi rispose: voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire quelle cose guardando Sandokan negli occhi. Per la prima volta, da allora, ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell'Interno certe parole sono davvero inquietanti".

Si può accettare lo stesso la sfida di Maroni?
"La mia risposta è: dove e quando vuole. Posso guardare negli occhi tutti".

Quindi gli sarà concesso il diritto di replica?
"Posso dire questo. Non so che trasmissione abbia visto Maroni. Io non ho fatto altro che raccontare l'inchiesta condotta dalla Boccassini e da Pignatone. Se il ministro deve appellarsi a qualcuno, lo faccia all'Antimafia. Ho segnalato che il politico leghista incontrato dal boss Pino Nieri non è stato arrestato. Ho raccontato che la penetrazione della 'ndrangheta a Milano è gigantesca. Ho citato un'intervista di Miglio, il Professùr come lo chiamavano loro, in cui si propone di costituzionalizzare la mafia. Ma ho riconosciuto il contrasto culturale di Maroni e della Lega, in particolare quella degli esordi, verso la criminalità organizzata. Ho dato atto al ministro di un'operatività vera nei confronti della camorra. Dopo di che, dire, a ogni blitz, "stiamo sconfiggendo le mafie" è un'ingenuità, una miopia".

Anche la denuncia della politica contro i rom e contro gli immigrati era un duro attacco alla politica del Viminale.
"Noi sogniamo un'Italia diversa. Ma non facciamo un programma politico, tantomeno una tribuna politica: è narrazione. Non cerco lo scontro ideologico, non sono entrato nel merito della vicenda politica. Certo, ho raccontato una storia dal mio punto di vista. La logica secondo cui si debba, in ogni occasione, dare spazio anche al punto di vista contrario è tutt'altro che democratica. In questo modo si cerca il litigio, non il racconto. Ciascuno ha la possibilità di rispondere nei propri spazi, il pluralismo è determinato dalle diverse voci".

Non diceva che Maroni era uno dei migliori ministri dell'Interno degli ultimi anni?
"L'ho visto al lavoro nel Casertano e mi è piaciuta la sua capacità operativa. Ma la mia analisi rimane la stessa. Continuo a criticare la serie di proclami ripetuti a ogni arresto. E critico il silenzio culturale sull'infiltrazione della mafia in Lombardia. È un problema cruciale che imprenditori e politici lombardi rimuovono perché non vogliono rinunciare ai capitali del narcotraffico investiti nella regione. Il mio compito è rompere questo silenzio".

Maroni invece tace?
"Si potrebbe fare molto di più anziché prendersela sempre con chi racconta. Si dovrebbe guardare i fatti, andare oltre, non limitarsi a tirare un sospiro di sollievo perché il consigliere regionale leghista non è stato arrestato. Chiedersi perché gli 'ndranghetisti cercano di interloquire con la Lega. Dire la verità, ossia che c'è un nord completamente infiltrato. Io voglio parlare anche a quella parte dell'elettorato leghista che si fa condizionare dai dirigenti e sembra vedere tutto il bene al Nord e tutto il male al Sud. Non è così. Far finta che la 'ndrangheta sia sporca quando spara e pulita quando investe è un problema enorme".

Come spiega il clamoroso successo del programma?
"Non sono un televisivo. Non so come questo miracolo avvenga. Fabio Fazio costruisce la grammatica della trasmissione, gran parte del merito è suo. Credo che a premiarci sia il pubblico giovane, la differenza vera la fanno loro"

Fa piacere strappare spettatori al Grande fratello?
"Sono contento che i giovani possano spostarsi su Raitre divertendosi e ascoltando delle storie. È la dimostrazione che si può rendere concreto il sogno di una tv diversa".

Ci saranno politici il prossimo lunedì?
"Credo di no".

Berlusconi lo inviteresti?
"Se vuol venire a fare un elenco come tutti gli altri, nessun problema".


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mercoledì 10 novembre 2010

GOVERNO BATTUTO TRE VOLTE, "FLI" VOTA CON L'OPPOSIZIONE


Tre votazioni e tre sconfitte oggi per il governo alla Camera. Prima è stato approvato l'emendamento presentato da Matteo Mecacci, radicale del Pd, alla mozione sul trattato di Amicizia Italia-Libia. Votando con l'opposizione sull'emendamento che di fatto impegna l'esecutivo a rivedere il trattato di "amicizia" con la Libia, Futuro e Libertà ha fatto il primo sgambetto all'esecutivo. L'emendamento - a cui il governo è contrario e dove si chiede che i respingimenti vengano effettuati in base agli accordi internazionali e ai principi umanitari - è passato con 274 voti a favore e 261 voti contrari.

La seconda sconfitta nell'Aula della Camera il governo l'ha subita su una mozione presentata dall'Udc sempre sui rapporti tra Italia e Libia. Il parere del governo era contrario, Fli ha votato a favore. Il testo è passato con 281 sì, 269 no e un astenuto. La terza battuta d'arresto sul trattato Italia-Libia è arrivata con l'approvazione della mozione presentata da Fli, a cui il governo aveva sempre dato parere contrario.

"Prove tecniche, prove tecniche", ha commentato con un sorriso il capogruppo del Pd Dario Franceschini uscendo dall'aula. E il capogruppo di Fli alla Camera Italio Bocchino ha subito replicato: "Abbiamo detto che abbiamo le mani libere...". Per il segretario del Pd Pierluigi Bersani non ci sono dubbi, questi voti "certificano una situazione di crisi che va chiarita fino in fondo". Sulla stessa lunghezza d'onda il leader dell'Idv Antonio Di Pietro, che rilancia l'idea di una mozione di sfiducia per "certificare la morte politica dell'esecutivo Berlusconi".

Il Pdl, come aveva annunciato in aula Roberto Antonione, aveva ritirato la mozione dopo l'approvazione dell'emendamento per evitare che passasse un testo ormai non in linea con la volontà del governo. Ma i finiani avevano fatto propria la mozione. A favore del testo hanno votato, oltre al Pd e all'Idv, l'Udc e Fli, che non ha cambiato idea dopo i ripetuti appelli del sottosegretario Alfredo Mantica e di esponenti del Pdl ad allinearsi con il governo. Dopo il voto, tutti i deputati del Pdl e della Lega si sono alzati in piedi tributando un ironico applauso ai colleghi di Fli, cui hanno urlato "Bravi, bravi"!. Il leghista Gianpaolo Dozzo aveva detto prima del voto che l'atteggiamento assunto da Fli su questo emendamento era "una prova di sganciamento" dei finiani dalla maggioranza.

"Dobbiamo far capire a Berlusconi che senza i voti di Fini non va da nessuna parte" ha detto Bocchino ai colleghi del gruppo di Fli che erano indecisi su come votare, scatenando cori dai banchi del Pdl: "Buffone, buffone!", gridavano. Gli animi si sono riscaldati quando il finiano Roberto Menia stava per raggiungere, ai banchi del Pdl, Maurizio Bianconi che li aveva accusati di incoerenza: è stato bloccato da Denis Verdini. A riportare la calma ha contribuito il sottosegretario Guido Crosetto, che ha sollecitato i colleghi del Pdl a stare zitti.

E contro Fini sale il malcontento di alcuni deputati del Popolo delle libertà che hanno lanciato la loro provocazione: "Tappezzeremo tutte le città d'Italia con migliaia di manifesti sui quali si vedrà la faccia di Fini accanto ai barconi pieni di immigrati". "In questo modo - ha detto un parlamentare con responsabilità all'interno del gruppo - faremo capire agli italiani che è Fini che vuole l'immigrazione clandestina in Italia. Dobbiamo solo decidere da quali città cominciare", ha concluso il deputato.


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domenica 7 novembre 2010

L'ULTIMATUM DI GIANFRANCO FINI, "BERLUSCONI SI DEVE DIMETTERE"


"Berlusconi deve andare a dimettersi". Gianfranco Fini è pronto allo strappo finale, a quella richiesta di "discontinuità" - l'apertura di una "fase nuova" - che solo in parte ha lasciato intravedere ai fedelissimi alla vigilia del discorso di oggi. È finita l'era del Cavaliere, si volta pagina dunque. Ma tutti i passaggi devono essere consumati con i tempi giusti, Fini è pur sempre il presidente della Camera. Inoltre c'è da tener conto di Giorgio Napolitano, preoccupato per le conseguenze di una crisi al buio, per ciò che le "fibrillazioni istituzionali" possono comportare nell'immagine del paese all'estero, sui mercati dove si negozia il debito pubblico italiano.

Fini ne è consapevole, per questa ragione chiederà oggi che sia Berlusconi stesso a gestire la "fase nuova" che si aprirà in Parlamento. Il percorso immaginato passa anzitutto per l'apertura formale di una crisi di governo, con la presa d'atto che "l'illusione dell'autosufficienza è finita", che "l'attuale maggioranza da sola non ce la fa più ad affrontare i gravi problemi del paese". Dunque il Cavaliere deve salire al Colle e dimettersi. Per andare alle urne? Per lasciare spazio a un governo tecnico? Niente affatto. "Gli italiani hanno scelto Berlusconi e deve essere lui a provare a dar vita a una nuova maggioranza. Non siamo ribaltonisti". Un nuovo governo per una nuova maggioranza, non un Berlusconi-bis. Una maggioranza di "responsabilità nazionale", aperta ai parlamentari che ci stanno, in primis quelli dell'Udc. Un governo di "unità nazionale". Con alcune priorità, in testa lo sviluppo e il lavoro, la lotta alla precarietà, il taglio della spesa improduttiva e gli investimenti nell'università. E i 5 punti del Cavaliere? Roba vecchia. Su questa linea Fini terrà insieme falchi e colombe.

"Si chiude una fase - sintetizza Andrea Ronchi - e se ne apre un'altra, all'insegna della leadership di Fini". Fabio Granata è certo che il nuovo partito non si spaccherà: "Siamo tutti d'accordo che qualsiasi prospettiva che sia solo un rimescolamento di cose già viste, compreso il patto di legislatura, a questo punto sia inaccettabile". Le prime parole pronunciate ieri sera da Fini davanti ai giovani del Fli, d'altra parte, lasciano intuire il clima: "Non vi farò mai cantare meno male che Gianfranco c'è perché bisogna essere fedeli a un'idea, non ad una persona. Le persone passano". E ancora, "in Italia oggi c'è troppa atonia morale, i giovani devono ribellarsi".

Raccontano che, dietro la decisione dello strappo, ci siano anche le voci arrivate all'orecchio del presidente della Camera. Si parla di un incontro segreto tra Bossi e Casini, con la Lega pronta ad accogliere l'Udc nella maggioranza. Anche per anticipare una mossa del genere, Fini avrebbe deciso di gettare il cuore oltre l'ostacolo. E l'impatto con la folla accorsa nei padiglioni di Umbria Fiere, dove il tasso di antiberlusconismo è altissimo, ha di certo giocato un ruolo. "Fini - osserva Umberto Croppi, assessore alla cultura del Campidoglio - è davanti a un bivio: fare il leader di un partitino alla Dini, oppure intestarsi la battaglia e proiettare la sua leadership oltre l'area dei delusi del Pdl. Ma per far questo deve prima "uccidere" il Re". Il "regicidio" è dunque un passaggio obbligato. E si vedrà, se mai ci si dovesse arrivare, se sarà davvero Berlusconi a gestire la fase finale della legislatura. Oppure, come già prevedono i colonnelli finiani, dovrà passare la mano a qualcun altro di sua scelta. "Nel patto di legislatura - suggerisce sibillino Italo Bocchino - non c'è mica scritto con quale premier e con quale maggioranza".

Se Fini pensa di aver trovato il modo per fare un passo in avanti, senza deludere le aspettative di chi è venuto ad ascoltarlo, ma senza neppure aprire una crisi al buio, è anche vero che nessuno si illude che Berlusconi possa accettare una proposta del genere. "Se si assume la responsabilità di dirci di no - spiega un finiano - allora al Cavaliere non restano che due possibilità: tirare a campare indebolito, o strappare provando ad andare al voto". Ma il premier, a sentire chi gli ha parlato, è invece convinto di avere buone carte in mano per andare avanti. "Se davvero vogliono l'apertura di una crisi - ragiona Berlusconi - mi devono votare contro. A quel punto voglio proprio vedere quanti resteranno con Fini". Dai calcoli fatti in queste ore a palazzo Grazioli, Fini dovrebbe perdere quasi tutto il gruppo al Senato e restare con una quindicina di deputati a Montecitorio. Ma già in passato si è visto quanto fossero fallaci i numeri sulla scarsa consistenza parlamentare di Fli. Intanto i finiani sono certi di aver strappato alla Lega il baricentro della maggioranza. "Martedì - ti spiegano soddisfatti - Tremonti verrà da noi a concordare come spendere gli otto miliardi della Finanziaria".


(REPUBBLICA.it)
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mercoledì 3 novembre 2010

L'INSULTO DI BERLUSCONI, "MEGLIO LE BELLE RAGAZZE CHE ESSERE GAY"


L'ennesima battuta del premier, Silvio Berlusconi, («meglio guardare le belle donne che essere gay») scatena ancora una volta l'indignazione di gran parte del mondo politico. Secondo il Pd, il capo del governo è il responsabile della «regressione del Paese». Per l'Italia dei valori, «il posto ideale per Berlusconi non è Palazzo Chigi ma una bettola». Imbarazzo anche da parte dei finiani: «Ci preoccupa molto un uso disinvolto di un ufficio così importante come quello di presidente del Consiglio» dichiara Italo Bocchino, riferendosi alla telefonata in Questura per far liberare Ruby. Insorgono nel frattempo anche numerose associazioni. E davanti a Palazzo Chigi è stata organizzata una manifestazione anti-omofobia.

IL PD - «La donna - dichiara Bersani riferendosi alle frasi di Berlusconi - è il dopolavoro del maschio, gli omosessuali sono da disprezzare e sui minori si ragiona così: li salvo dalla polizia per salvare me stesso, dopo li rimetto sulla strada». Bersani si rivolge a tutti i parlamentari della maggioranza, Fli, Pdl e Lega, affinché mostrino senso di responsabilità per superare questa fase di crisi del governo provocata dai comportamenti di Berlusconi. «Se qualcuno è responsabile ci dica qualcosa, noi siamo pronti a discutere». Su una possibile mozione di sfiducia contro il premier, il leader Pd prende comunque tempo. «Ora servono atti efficaci, non tattiche di bandiera.

Franceschini ha scritto al presidente Fini per chiedere che Maroni venga in aula, quindi sentiremo il ministro Maroni e daremo luogo ad iniziative conseguenti che siano però atti efficaci, utili a far evolvere la situazione» spiega Bersani. «Un presidente del Consiglio che, di fronte alla crisi del suo governo e di fronte a vicende personali che potrebbero portarlo a subire accuse per abuso di potere - attacca dal canto suo Anna Finocchiaro - , non riesce ad avere comportamenti e atteggiamenti consoni al ruolo che ricopre, ma trova modo e maniera di fare dichiarazioni offensive e volgari nei confronti delle donne e dei gay, di attaccare la stampa, di ritornare, udite, udite, sulla vicenda delle intercettazioni, è un uomo che non è all'altezza di governare il nostro Paese». «Chi ha atteggiamento maschilista e ci viene ad ostentare la sua eterosessualità - afferma la deputata Pd, Anna Paola Concia - non ama le donne e non le rispetta. E lo dico da donna che ama davvero le donne». «Il disprezzo del Presidente del Consiglio per le donne - aggiunge- è ampiamente dimostrato dalle tantissime uscite volgari e misogine a cui ci ha sottoposto in questi anni, che rivelano un'idea proprietaria e medievale delle donne. La sua equiparazione dell'omosessualità a valore negativo è l'ennesima dimostrazione della sua incapacità a governare, a stare in politica e ad essere all'altezza dei leader politici europei. Nessuno di loro infatti pensa, né si permetterebbe mai, di fare una battuta così spregevole nei confronti degli omosessuali».

«TIPO DA BETTOLA» - Dure critiche al premier anche da parte del leader Idv, Antonio Di Pietro, secondo il quale «il posto ideale per Berlusconi non è certo Palazzo Chigi ma una bettola di periferia. Oggi, infatti, abbiamo avuto l'ennesima prova dell'inadeguatezza del signor Silvio Berlusconi a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio». In una nota l'ex pm rileva che «Berlusconi vive ancora nell'età della pietra, anzi, è peggio: vive nell'era delle discriminazioni razziali, sessuali, etniche e religiose. Bisognerebbe ricordargli che, nel frattempo, il nostro Paese ha ratificato il trattato di Lisbona che ha riconosciuto il diritto alla non discriminazione basata anche sull'orientamento sessuale. Essere gay - conclude Di Pietro - è solo un diverso modo dell'essere e non una condizione di cui vergognarsi». Neanche Franco Grillini, responsabile dei diritti civili e associazionismo dell'Idv, va per il sottile: «Berlusconi - accusa - ha detto un'altra stupidaggine sugli omosessuali, pensando magari di fare il simpatico senza riuscirci. Noi la pensiamo in un modo diametralmente opposto al suo: mille volte meglio gay che intrallazzone e sex addicted come Berlusconi, il quale pretende di essere insieme puttaniere e moralista».

DELLA VEDOVA - «Quella di Berlusconi sui gay non può essere archiviata come una battuta, visto che rende esplicito omaggio ad un pregiudizio che Berlusconi sa essere diffuso e servibile, per resistere alle accuse degli avversari politici» sottolinea invece Benedetto Della Vedova, vicecapogruppo vicario di Fli alla Camera. «Il governo deve governare - aggiunge il capogruppo di Fli, Italo Bocchino. - Berlusconi dice spesso che è suo diritto governare, in realtà è suo dovere. Se non è in condizione di farlo, lo dica ai suoi alleati, al Parlamento e al Paese». In vista un appoggio esterno al governo da parte di Futuro e libertà? « C'è un popolo che Fini incontrerà a Perugia - risponde Bocchino - questo popolo si riconosce in Fini, dica quale è la sua idea e a seconda delle reazioni si deciderà che cosa fare».

VENDOLA - «Il tempo delle barzellette è finito - commenta invece Nichi Vendola. - Non perché noi di sinistra non sappiamo ridere, ma perché il tuo umorismo, il tuo avanspettacolo continuo, il tuo teatro della virilità, mettono tristezza, sembrano i titoli di coda di un film finito male, vengono percepiti come comportamenti insieme smodati e patetici».

CARFAGNA - Ma c'è anche chi difende il presidente del Consiglio. «Quella di Silvio Berlusconi - scrive il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna - è stata una battuta, la chiusa di un discorso serio, di ben altro tenore. Il presidente del Consiglio non intendeva assolutamente, né ha mai inteso, offendere le donne o gli omosessuali. Questo governo, anzi, ha il merito di essersi impegnato, come nessuno prima, contro le discriminazioni nei loro confronti». Il ministro sottolinea però che «proprio per non oscurare tutto questo lavoro, frutto di un impegno costante e condiviso dell'intero esecutivo, sarebbe opportuno che ciascuno di noi si astenesse dal fare battute».

«SUPERATO IL LIMITE» - Non mancano ovviamente le reazioni delle associazioni per i diritti civili. «Il presidente del Consiglio, in difficoltà, tira fuori la battuta omofoba; il premier di un paese fondatore dell'Europa, che ha votato la Carta di Nizza, che è obbligato a combattere ogni tipo di discriminazione tra cui quella per orientamento sessuale» dichiara invece Aurelio Mancuso, presidente di «Equality Italia» ed esponente storico della comunità omosessuale, commentando indignato le parole del premier. «Berlusconi, per giustificare il suo intervento a favore di Ruby, dice a chiare lettere che è meglio guardare una bella ragazza che essere gay. Ora davvero si è superato il limite! Berlusconi chieda immediatamente scusa ai milioni di cittadini omosessuali italiani, di destra e di sinistra e si vergogni di un'omofobia che in ogni altro paese europeo sarebbe immediatamente condannata da ogni schieramento politico democratico» conclude Mancuso.

FERRERO - «Berlusconi invece di fare rivendicazioni da macho, dia le dimissioni e si faccia curare» afferma in una nota Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc/Federazione della Sinistra, secondo il quale il premier «ha infatti con ogni evidenza bisogno di un buon terapeuta. Il degrado in cui la caduta dell'imperatore sta trascinando il paese è drammatico e viene pagato integralmente dagli strati popolari. Berlusconi - conclude - dia le dimissioni e si vada rapidamente alle elezioni».

«FRASE ARCAICA» - Gli interventi sulla frase del premier non sono arrivati solo da esponenti del mondo politico. «Questa volta non sono d'accordo con Silvio Berlusconi. Sui gusti sessuali ognuno deve essere libero di esprimere ciò che sente, senza subire discriminazioni. Quel che conta è poter essere se stessi fino in fondo» è il commento di Alfonso Signorini direttore di Chi e di Sorrisi e Canzoni.


(CORRIERE.it)
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martedì 2 novembre 2010

IL PDL A FINI, "O CON NOI O APRA LA CRISI"


"Silvio Berlusconi non farà un passo indietro, Fini stia con noi o si assuma la responsabilità della crisi". Il vertice del Pdl risponde a stretto giro di posta al presidente della Camera che aveva chiesto le dimissioni del premier se la vicenda della telefonata da palazzo Chigi verso la questura di Milano per "salvare" Ruby, la giovanissima protetta del premier, si rivelerà vera. I capigruppo del Pdl lo scrivono in una nota ufficiale mentre il Cavaliere ne parla con Bruno Vespa: "Una mia defezione procurerebbe danni seri al Paese". Quasi nelle stesse ore, per bocca di Roberto Calderoli, la Lega alza un fuoco di sbarramento contro un sempre più ventilato governo tecnico: "Sarebbe un golpe, sarebbe legittima una rivolta del popolo".

Un'altra giornata di nervosismi nella maggioranza, dunque con l'ombra di un governo tecnico che si allunga sull'esecutivo. Soprattutto dopo le parole pronunciate da Fini sul caso Ruby. Eventualità che la maggioranza vede come il fumo negli occhi: "Spero che quelle del presidente della Camera siano solo battute. Ma se qualcuno provocasse una crisi di governo l'unica via sarebbe quella del voto" dice il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.

Con una nota i capigruppo di Senato e Camera del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, fanno cerchio intorno al premier: "Berlusconi non intende compiere alcun passo indietro perché non esiste alcuna ragione per farlo. Si tratterebbe solo di una fuga dalle responsabilità, che invece impongono di procedere senza indugi nell'attività di un governo voluto dalla maggioranza degli elettori e al quale il Parlamento ha recentemente rinnovato la sua fiducia".

Un passo indietro e sarebbe la crisi, così, in coro, i tre capigruppo chiedono che: "Fini faccia le sue valutazioni: o confermare l'appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi", poi si augurano che la scelta "dell'on. Fini vada nella prima direzione, di carattere positivo e costruttivo. Nel secondo caso - sostengono - non ci si potrebbe stupire se la crisi finisse per condurre dritto alla elezioni. Come è stato autorevolmente affermato, infatti, non esistono governi 'tecnici' ma solo governi politici".

Secondo i tre esponenti del Pdl "in particolare, di fronte a una crisi dell'attuale esecutivo, le uniche alternative al voto sarebbero o un governo sostenuto da una larghissima coalizione, per il quale evidentemente non esistono le condizioni stante l'indisponibilità del PdL e per quanto a noi noto anche della Lega, ovvero delle due forze che insieme hanno vinto le elezioni del 13 aprile 2008; o un governo eventualmente formato da tutti coloro che quelle elezioni le hanno perse, per il quale, anche nella non scontata ipotesi che vi fosse una maggioranza in Parlamento, non esisterebbero comunque le condizioni in termini di legittimazione democratica", concludono Cicchitto, Gasparri e Quagliariello.

Ultimativi i toni del Carroccio. "Macché governo tecnico, macché Lega interessata a un governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c'è colpo di Stato la rivolta del popolo è legittima" sbotta il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli.

Il botta e risposta si ferma proprio su questo punto. Il vice capogruppo di Fli alla Camera, Benedetto della Vedova continua a incalzare: "La Lega è l'unico vero partito 'ribaltonista' che c'è - dice -, quindi Calderoli non ha i titoli giusti per ammonire nessuno". La questione resta un'altra, per Della Vedova: "Il problema non è chiedersi cosa succederà dopo la caduta del governo, visto che il governo c'è. Il problema è quello che sta succedendo ora e non certo per responsabilità dei finiani". Parole ribadite in una presa di posizione dei capigruppo di Fli Italo Bocchino e Pasquale Viespoli: "Noi non staccheremo la spina, ma il governo deve rilanciare la sua azione".

E se per il coordinatore della segreteria Pd Maurizio Migliavacca "il governo Berlusconi è il governo degli sconfitti, il governo che ha perso la sua sfida" e che adesso dovrebbe essere sostituito da "un governo di transizione che si metta alle spalle questa esperienza e questa guida", dai finiani arriva un nuovo affondo. "Chi dice che bisogna parlare solo delle cose da fare o fatte da questo governo, fa finta di non capire che Berlusconi non è, non può essere, 'Berlusconi Silvio' privato cittadino. Sarebbe bello per lui ma non è così - dice Filippo Rossi su Ffwebmagazine, periodico online di Farefuturo -. Qualsiasi cosa voglia essere l'uomo di Arcore, gli italiani, tutti gli italiani, sono comunque coinvolti. Ed è per questo che parlare di Berlusconi è fare la cosa giusta".


(REPUBBLICA.it)
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mercoledì 27 ottobre 2010

PORTAVOCE DEL PDL CAPEZZONE AGGREDITO IN STRADA


Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl, è stato aggredito a pochi metri dalla sede di via dell'Umiltà da uno sconosciuto, che gli ha sferrato un pugno al viso e poi si è dileguato. Capezzone è stato subito soccorso e portato via in ambulanza. «Si tratta di un fatto gravissimo, sintomo di un clima avvelenato e di tensione che condanniamo», dice Fontana. Raggiunto telefonicamente, il portavoce del partito ha spiegato: «Sto meglio ma scusate. Ora voglio solo riposare». Il deputato ha riportato una contusione al volto, ma si escludono danni più gravi, fratture facciali o ematomi.

INDAGINI - Sulla vicenda indagano gli agenti della Digos e della questura di Roma Sono al vaglio degli investigatori le immagini registrate da alcune telecamere in via dell' Umiltà a Roma, per individuare l'aggressore che in serata ha colpito con due pugni il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Gli inquirenti hanno già ascoltato il racconto di Capezzone, e stanno ora cercando di capire se l'aggressore fosse da solo, oppure ci fosse qualcuno ad aspettarlo in strada e se possa essersi trattato di un gesto estemporaneo o premeditato.

IL TESTIMONE - Ci sarebbe anche un testimone di quanto accaduto: il cameriere del ristorante in via dell'Umiltà, che ha assistito ai primi istanti subito dopo l'aggressione. «Ho sentito il rumore di un bicchiere che cadeva. Erano le 18.45, mi sono affacciato fuori dal ristorante e ho visto sulla mia destra un uomo che scappava in direzione del Quirinale o della Fontana di Trevi: era alto circa 1 metro e 70, aveva una giacca grigia e un giornale in mano, ma era di spalle. Alla mia sinistra, a due metri, c'era l'onorevole Capezzone che veniva verso di me con la mano sulla guancia e un orecchio rosso dicendomi 'mi ha colpito. Hai visto cosa mi ha fatto?'». «Capezzone è subito andato a chiamare una pattuglia della polizia che sosta qui vicino, poi è tornato qui - ha proseguito il testimone - l'ho visto scosso e gli ho chiesto di sedersi offrendogli un tè. A quell'ora c'è sempre un via vai di gente che passeggia. A 20 minuti dall'aggressione Capezzone è andato via con gli agenti».


(CORRIERE.it)
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martedì 26 ottobre 2010

FINI, POSSIBILE CRISI DI GOVERNO SUL TEMA GIUSTIZIA


"Mi auguro che sul tema giustizia non ci siano questioni insormontabili e che non ne scaturisca una crisi di governo, ma su alcune questioni che la riguardano, questa possibilità c'è". Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini parlando del nodo giustizia durante un'intervista all'emittente televisiva Antennatre Nordest, che ne ha anticipato alcuni passaggi. Ma intanto, a parlare, è anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che affronta un'altra questione che agita le acque interne alla maggioranza: la reiterabilità del Lodo Alfano, dice, "non mi pare una questione su cui vive o muore questo disegno di legge", dice, rispondendo a una domanda in merito alla riproposizione del Lodo, domani in commissione Affari costituzionali al Senato.

Fini: "Magistratura non dev'essere sottoposta a potere esecutivo". Noi non crediamo che si possa o si debba riformare la giustizia punendo la magistratura - ha sottolineato il presidente della Camera nell'intervista che andrà in onda domani mattina - la magistratura non deve essere sottoposta, uso questa espressione, ad altri poteri e quindi nemmeno a quello esecutivo. Questo è un rischio concreto. Mi auguro non si concretizzi".

Il riferimento è alla bozza sulla quale i finiani hanno già espresso le loro contrarietà. In particolare su tre punti: composizione del Csm, poteri del ministro della Giustizia e "collocazione" della polizia giudiziaria. Sul Lodo Alfano l'ex confondatore del Pdl ribadisce di non aver cambiato opinione: "Deve servire a tutelare una funzione, e non una persona. Non vedo come, se il PdL non dovesse cambiare idea, Berlusconi possa prendere questa questione come pretesto per fare una crisi di governo". Un modo per dire che non accetta la reiterabilità prima di concludere con una frase già ripetuta più volte: "La legge deve essere uguale per tutti, piaccio o no".

Nuovo scontro nel centrodestra. Le parole del presidente della Camera giungono dopo una giornata che ha segnato un'altra tappa sulla rotta di collisione fra le due anime del centrodestra, soprattutto in materia di governo tecnico e Lodo Alfano. Ieri Italo Bocchino aveva aperto a un governo tecnico per riformare la legge elettorale. Oggi il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha reagito: "Non si può stare in una maggioranza e nello stesso tempo prepararne un'altra. Anche perché questa posizione non è condivisa da un'area del Fli".

Bocchino ha però controreplicato: "Prima di occuparsi delle aree di Futuro e libertà, Cicchitto si preoccupi delle innumerevoli correnti e correntine interne al Pdl. Noi saremo leali con gli elettori". E subito dopo è un altro finiano, Carmelo Briguglio, ad aprire un nuovo fronte di tensione: "La stragrande maggioranza degli elettori finiani, se si arrivasse al referendum, voterebbe contro il Lodo". Secca la replica, ancora di Cicchitto: "Briguglio non fa testo. La maggioranza di governo considera il Lodo come una cosa da fare. La reiterabilità è nella logica del provvedimento". Un invito alla tregua anche dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato che sta esaminando il ddl, Carlo Vizzini: "Convochiamo un tavolo, la maggioranza si siede e cerchiamo una soluzione".

Dal fronte dell'opposizione, il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini dice no alla "reiterabilià", pur riconoscendo nel Lodo "uno strumento per superare le frizione tra politica e magistratura. Non deve però essere carito di pesi eccessivi". A partire dalla reiterabilità. Ma il ministro Rotondi insiste: "Al Lodo non rinunciamo".


(REPUBBLICA.it)
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lunedì 25 ottobre 2010

GABANELLI ALL'ATTACCO DELL'ASCESA DI TREMONTI


Stavolta è toccato alla Finanziaria, ai tagli, ai conti pubblici, ma anche all’ascesa di Giulio Tremonti a super ministro dell’Economia italiana. Dopo gli investimenti a Antigua di Silvio Berlusconi, stavolta la giornalista Milena Gabanelli nella sua seconda puntata di «Report» ha messo sotto la lente di ingrandimento la manovra economica varata dal governo, ma anche le parcelle milionarie elargite dalla Bell del finanziere Emilio (Chicco) Gnutti all’ex studio di Giulio Tremonti (oggi Studio Vitali, Romagnoli, Piccardi) per il contenzioso con il fisco italiano sui ricavi della vendita di Telecom. Insomma, dice la Gabanelli aprendo la puntata «vediamo come si è deciso di tagliare, e come si farà. Ma visto che il ministro Tremonti ha un passato da tributarista, certo saprà dove si nascondono le insidie».

Si parte dai 25 miliardi di tagli (Polizia, Vigili urbani) alla sanità (spesa sanitaria, farmaci, medici e infermieri), alla scuola, per spiegare come 50 milioni di questi siano, invece, finiti a ristrutturazioni di Chiese, associazioni, alla scuola padana Bosina (100 mila euro). Dunque, dossier, riscontri, interviste.
Ma anche tesi finalizzate a voler dimostrare come il ministro dell’Economia (da sette anni su 10 al governo) sia ancora - almeno secondo le ricostruzioni di "Report" - parte attiva del noto studio tributarista, nonostante le lettere di smentita e di diffida inviate dai legali ai piani alti di viale Mazzini. Diffide, dunque, che come nel caso dell’avvocato del premier, Niccolò Ghedini sul caso Antigua non hanno mutato la sostanza dell’inchiesta. Un’inchiesta nello stile di "Report", per la quale la giornalista aveva chiesto un’intervista al ministro Tremonti, ma che non è stata concessa.

Tensione, quindi, alle stelle. Non foss’altro perché il ministro Tremonti è anche l’azionista (in quanto Tesoro) della Rai che indica 2 su 9 consiglieri di viale Mazzini (uno di questi sarà nominato presidente della Tv pubblica) ma anche il direttore generale, che poi dovrà essere votato dal cda a maggioranza. Insomma, nella mani del Tesoro c’è la Rai. Tant’è che nei giorni scorsi sono giunte due lettere di studi legali a Viale Mazzini, che lo stesso direttore generale, Mauro Masi ha girato anche al direttore di Raitre, Paolo Ruffini.

E così, c’è già chi pensa al dopo puntata. Cosa accadrà? Di certo nelle stanze di viale Mazzini c’è chi fa notare che dopo le richieste di danni avanzate dagli avvocati del premier, ora potrebbe esplodere la grana Tremonti. Per questo al settimo piano c’è chi già grida: «Ma chi paga i danni?». E riemerge l’opzione, del ritiro della "tutela legale" per Milena Gabanelli. Non solo, c’è già chi a sostegno della tesi riapre le pratiche sulle richieste risarcitorie in ballo nei confronti della Rai. Tra queste, quella della compagnia telefonica "Tre" (comprensiva di altri soggetti) pendente in Tribunale (sentenza prevista per il prossimo maggio 2011) per una richiesta di risarcimento record: 80 milioni di euro.

Una cifra che a molti in viale Mazzini toglie il sonno. Al punto che qualcuno auspica una transazione. Transazione, che secondo alcune correnti di pensiero interne porterebbe, però, ad azzerare alcune pendenze dell’operatore telefonico nei confronti della Rai per svariati milioni di euro.

Rai, dunque, al centro dello scontro. Non solo interno ma anche politico. Tant’è che se per il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani «la Rai sempre sul lettino dello psicanalista», per il sottosegretario alla Presidenza Paolo Bonaiuti, «la colpa è di decenni di dominio assoluto della sinistra».


(LASTAMPA.it)
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domenica 24 ottobre 2010

FINI, ALTOLA' SUL LODO ALFANO, BERLUSCONI: "VUOL FARMI CADERE"


La sindrome dell'accerchiamento riesplode a Palazzo Chigi. Berlusconi ne è convinto. Prima Giorgio Napolitano, poi Gianfranco Fini. Una sequenza "di certo non casuale". Il premier lo considera un inequivocabile "uno-due". "Ormai è tutto chiaro. Puntano al governo tecnico. Basta vedere lo show tra Fini e D'Alema. Vogliono sbalzarmi di sella e tradire il voto degli italiani. Il lodo è solo l'ultima occasione". A chi, nelle ultime settimane, aveva premuto con lui per spingerlo a un riavvicinamento con il presidente della Camera, adesso dice: "Hai visto? Di quello non ci si può più fidare. Lavora solo per sé e contro di me. Punta a prendere il mio posto, l'ha detto pubblicamente, e adesso vuole anche sbarrarmi la strada per il Quirinale".

Furioso e preoccupato al contempo. Pronto a snobbare pubblicamente il lodo ("Ci rinuncio, non l'ho mai chiesto"), giusto per lanciare un messaggio ai suoi elettori, come ha fatto molte altre volte sulle leggi e leggine costruite ad hoc per salvarlo dai suoi guai giudiziari. Processo breve docet. Sempre con la stessa tecnica ("Io sono innocente, lo giuro sui miei figli, quindi non ho bisogno di leggi"). Ma altrettanto silente verso chi sta lavorando febbrilmente per aggiornare lo scudo al Senato e renderlo accettabile per il Colle. Gasparri, Quagliariello, Vizzini, in contatto continuo con Alfano e Ghedini. I due ultimi in collegamento telefonico con la finiana Bongiorno.

Un ostacolo ben facilmente superabile quello sollevato da Napolitano e sul quale già si è trovata la soluzione: anziché sottoporre al vaglio delle Camere la richiesta di sospensione dei processi, si tornerà all'automatismo già presente nei lodi Schifani e Alfano. Un'indagine sul capo dello Stato o sul premier potrà arrivare fino alla richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm, ma poi dovrà essere automaticamente sospesa fino alla scadenza del mandato. Via quel voto, soprattutto a maggioranza semplice, che allarmava Napolitano perché poteva "ridurre" le prerogative del capo dello Stato e renderne la figura ostaggio della maggioranza di turno.

Ben più complessa la partita di un lodo che, una volta utilizzato, non può più essere fruito dalla stessa persona. Era giusto così nel primo lodo Alfano, ma Berlusconi e i suoi sembrano esserselo dimenticato. Se ne discusse nel 2008 e si optò per la formula che garantiva la copertura solo qualora il premier dovesse essere nuovamente reincaricato nell'ambito della stessa legislatura. Ma adesso lo stop di Fini è valutato come un "colpo basso". Berlusconi ha esternato a più d'uno lo sconcerto per il comportamento del presidente della Camera: "Per settimane, lui e Bocchino hanno continuato a dire che sul lodo non avevano obiezioni da fare, che la legge era sacrosanta, e poi ecco il voltafaccia, la marcia indietro". Il premier dimentica che "di emendamenti da presentare in aula al Senato" aveva parlato più volte la Bongiorno ad Alfano e Ghedini, pur senza specificarne il contenuto. Niente sorpresa, dunque.

Un lodo che si può utilizzare una sola volta è considerato, dai tecnici del Cavaliere, alla stregua di "una vera e propria presa in giro". Una "beffa". Soprattutto giunti a metà di questa legislatura. Ben che vada, con quattro letture e il referendum previsti dalla procedura costituzionale, la legge non potrà entrare in vigore prima dell'inizio del 2012. Berlusconi ne fruirebbe per poco più di un anno. E, secondo i berluscones, sarebbe "ridicolo e contraddittorio" perdere lo scudo soprattutto dopo lo stress per condurlo in porto.
Ma c'è un altro sospetto che gira nello staff di Berlusconi e che ieri gli ha avvelenato la giornata tra Roma e Arcore. Il premier è convinto che i suoi nemici, dal Quirinale a Fini, stiano esclusivamente lavorando per far bocciare il legittimo impedimento dalla Consulta nell'esame che parte dal 14 dicembre. Gli ostacoli sul lodo, l'agitazione del Pd che si spinge a chiedere il referendum come Di Pietro, la mossa del Colle prima e quella di Fini poi, vengono "letti" come altrettanti segnali chiarissimi alla Corte per "consigliargli" di azzerare la legge-ponte. Soprattutto se, nel frattempo, il lodo non dovesse essere approvato al Senato per l'arrivo della sessione di bilancio. A quel punto riprenderanno i processi Mills, Mediaset e Mediatrade, e se Berlusconi dovesse essere condannato per corruzione nel primo, si aprirebbe inevitabilmente la via del governo tecnico per cambiare la legge elettorale e portare il Paese, con quella, a un nuovo voto. Tutto a svantaggio del Cavaliere.


(REPUBBLICA.it)
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sabato 23 ottobre 2010

LODO ALFANO, RIDUCE L'INDIPENDENZA DEL QUIRINALE


Lo stop di Napolitano si fa sentire. Quelle "profonde perplessità" sull'estensione al capo dello Stato del cosiddetto 'scudo' giudiziario previsto dal Lodo Alfano 1, scuotono la giornata politica. Ad esprimerle è lo stesso presidente della Repubblica, in una lettera inviata al senatore Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, dove è in corso l'esame della proposta di legge costituzionale.

"Visto l'esito della discussione svoltasi sulla proposta di legge costituzionale e nell'imminenza della conclusione dell'esame referente - scrive Napolitano delle cui perplessità ha dato conto Repubblica 2 - ritengo di dover esprimere profonde perplessità sulla conferma da parte della commissione della scelta d'innovare la normativa vigente prevedendo che la sospensione dei processi penali riguardi anche il presidente della Repubblica. Questa previsione non era del resto contenuta nella legge Alfano da me promulgata il 23 luglio 2008".

Nella lettera Napolitano ribadisce di voler restare "estraneo" all'elaborazione della legge. Ma osserva come lo scudo giudiziario per il capo dello Stato ne riduca l'indipendenza. "Come già ribadito più volte, è mia intenzione rimanere estraneo nel corso dell'esame al merito di decisioni delle Camere, specialmente allorché - come in questo caso - riguardino proposte d'iniziativa parlamentare e di natura costituzionale", scrive Napolitano.

"Non posso peraltro fare a meno di rilevare - sottolinea - che la decisione assunta dalla commissione incide sullo status complessivo del presidente della Repubblica riducendone l'indipendenza nell'esercizio delle sue funzioni". Andando inoltre contro l'articolo 90 della Costituzione. Mettere il capo dello Stato accanto al premier, scrive Napolitano, "consente al Parlamento in seduta comune di far valere responsabilità penali del presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dall'articolo 90 della Costituzione". Una possibilità esclusa dalle norme vigenti, dalla prassi, e pure dalla legge Alfano del 2008. Insomma, conclude Napolitano, c'è una "palese irragionevolezza".

Le reazioni. II presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, condivide le "perplessità" del Colle: "Non ci può essere un atto parlamentare che deliberi su una situazione o una condizione che riguarda il presidente della Repubblica: ciò sarebbe di certo un'interferenza, limiterebbe l'indipendenza del capo dello Stato". Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il Parlamento deve "tenere di conto" le parole di Napolitano.

Dura la reazione dell'Idv: "Se neanche di fronte alle fondate osservazioni del Quirinale Berlusconi si arrende significa che siamo di fronte a un tentativo di golpe" attacca il presidente dei senatori, Felice Belisario. Per il Pd la maggioranza si deve fermare e ritirare "il mostro giuridico". Mentre il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini annuncia l'astensione in Aula e precisa: "E' indispensabile tenere conto delle preoccupazioni di Napolitano".

In serata arriva la replica del Pdl: "Osservazioni del Colle non troveranno indifferente il nostro gruppo parlamentare", affermano in una nota congiunta Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, capogruppo e vicecapogruppo del Popolo della libertà al Senato preannunciando modifiche al testo. Per questo i due assicurano che si faranno "carico di sollecitare la commissione affari costituzionali affinché l'ipotizzata misura dell'autorizzazione parlamentare venga soppressa dalla proposta di legge in discussione".

"E' Inutile che il Pdl pensi a modifiche, la norma va solo ritirata", ribatte il senatore Francesco Pancho Pardi, capogruppo dell'Italia dei valori in commissione Affari costituzionali.

Fini: "Io premier? Ipocrita tirarsi indietro". "Mi pare però che siano superficiali gli attacchi a Fli 3", dice Fini rispondendo a una domanda sul sì di Futuro e Libertà sul Lodo Alfano in commissione al Senato che ha generato malumori nella base del suo movimento. "A Mirabello fui chiaro ed esplicito. Mi sono andato a risentire e cioè 'mai più leggi ad personam'. Noi non siamo disponibili a una legge che garantisca l'impunità e favorisca una persona - prosegue il presidente della Camera - ma siamo favorevoli ad una legge che tuteli la funzione del presidente del Consiglio. Questo vuol dire sospendere, non cancellare i procedimenti, (perché le indagini vanno avanti), finché il premier dura in carica".

Poi un avvertimento al governo, sul complesso dei provvedimenti che riguardano la giustizia: "Credo sia interesse del ministro Alfano coinvolgere preventivamente Futuro e Libertà nella preparazione del ddl Costituzionale sulla giustizia 4, che ha un iter lungo, in quattro letture. Vedremo quale testo sarà presentato in Cdm, se ci sono emendamenti e che sorte avranno, solo al termine, per dovere di serietà, si potrà esprimere un giudizio".

L'attenzione si sposta sull'esecutivo e sullo stato di salute della maggioranza. Fini invita Berlusconi ad occuparsi dell'oggi e a "governare". Per il futuro c'è tempo: "Dice che vuol candidarsi nel 2013? La notizia sarebbe stata se avesse detto che non si ricandidava, comunque il 2013 è lontano". Inevitabile la domanda sul futuro del presidente della Camera: "Io candidato premier? In una democrazia la scelta la fanno gli elettori. Sarei ipocrita se mi tirassi indietro, ma ho realismo, senso della misura, piedi per terra".


(REPUBBLICA.it)
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