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lunedì 6 giugno 2011

BATTERIO KILLER TROVATO NEI GERMOGLI DI SOIA


Sono stati i germogli di soia tedeschi, mangiati crudi, a scatenare l'epidemia del batterio killer variante dell'Escheria Choli (Ehec) in Germania. Lo ha confermato domenica pomeriggio in una conferenza stampa ad Hannover il ministro dell'Agricoltura della Bassa Sassonia, Gert Lindemann (Cdu), secondo il quale le autorità mediche si trovano adesso «sulla pista giusta». «Abbiamo identificato un prodotto che è stato fornito in tutte le località in cui si sono verificate vaste infezioni di Ehec», ha spiegato il ministro. Le autorità della Bassa Sassonia hanno individuato con precisione nella provincia di Uelzen, tra Amburgo e la Hannover, la cooperativa biologica che ha prodotto e distribuito, in cinque diversi Stati federali tedeschi, i germogli da consumare crudi. I test iniziali hanno confermato che i germogli prodotti dall'azienda sono molto probabilmente l'origine della diffusione del batterio; i risultati definitivi, tuttavia, arriveranno lunedì. L'azienda agricola domenica è stata chiusa e tutti i suoi prodotti sono stati tolti dal mercato. Il ministro ha invitato i tedeschi, per precauzione, a «evitare di consumare per il momento qualsiasi tipo di germoglio di soia» fino a nuovo avviso. Già alcuni anni fa i germogli di soia avevano provocato in Asia un'epidemia analoga a quella scatenatasi in Germania.

ALLERTA EUROPEO - La Germania lancerà presto un avvertimento, attraverso il sistema di allerta europeo dell'alimentazione, sulla possibile pericolosità dei germogli di soia. Non si tratta ancora di un allarme vero e proprio riguardante degli specifici lotti - come accaduto per i cetrioli spagnoli, poi risultati innocui - ma solo della diffusione delle informazioni di cui dispongono al momento le autorità sanitarie tedesche, di cui l'Ue «ha preso nota», come ha spiegato il portavoce Frederic Vincent.

L'AZIENDA - L'azienda, secondo quanto si legge sulla stampa tedesca online, è una cooperativa di produzione biologica che, oltre ai germogli di soia, produce e distribuisce germogli e semi di altri ortaggi: sono sospettati 18 diversi tipi di germogli, tra cui quelli di fagiolo mungo, broccoli, piselli, ceci, ravanelli e lenticchie. Lindemann ha detto che queste specie sono cresciute in botti con vapore, ambiente ideale per la moltiplicazione dei batteri, ed è possibile o che l'acqua sia stata contaminata con l'E. Coli, oppure che i semi, acquistati in Germania e in altri Paesi, avessero già il batterio. Gli agricoltori, ha aggiunto, non hanno usato nessun concime che possa aver provocato la crisi. Due donne dipendenti dell'azienda sono state colpite da una forte diarrea e una di loro è risultata positiva al batterio killer. La cooperativa forniva prodotti sia a ristoranti sia ai mercati, per la vendita diretta ai consumatori. Secondo il ministro, i prodotti sospetti sarebbero stati distribuiti ad almeno 5 Laender: Amburgo, Schleswig-Hoelstein, Mackleburgo-Pomerania, Assia e Bassa Sassonia.

AMATI DAI VEGETARIANI - I germogli di soia sono un alimento molto diffuso nella cucina etnica e tra i vegetariani per l'importante apporto di proteine. In Italia sono in genere consumati in estate, da soli o come condimento, e sono venduti in buste, vassoi o in scatola. Recentemente, come sottolinea la Coldiretti, si è diffusa anche la coltivazione casalinga. I prezzi variano dai 4 ai 6 euro al chilo per il prodotto venduto in vassoi, e nei supermercati è possibile acquistare germogli di soia di produzione italiana, quindi al sicuro dalla contaminazione avvenuta nell'azienda tedesca.

22 LE VITTIME - Intanto il bilancio dell'epidemia da Ehec è salito ad almeno 22 morti accertati: lo ha reso noto il Centro Europeo di Stoccolma per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, precisando che tutti i decessi si sono finora verificati in Germania tranne uno, avvenuto in Svezia. I casi conclamati di contagio sull'intero continente ammontano a 1.605, cui ne vanno aggiunti altri 658 colpiti dall'Hus, una sindrome correlata all'infezione che colpisce i reni e provoca forte anemia. Ancora una volta, ha sottolineato l'istituto svedese, la maggior parte degli episodi, 1.536 e 627 rispettivamente, si sono concentrati in territorio tedesco. Nel giro di appena 24 ore la variazione in aumento è stata di 328 e 107 unità. Tra i nuovi casi di contagio da Ehec, quattro sono stati localizzati in Gran Bretagna e altrettanti in Danimarca, a conferma che il fenomeno appare comunque interessare essenzialmente il Nord-Europa.

EMERGENZA NEGLI OSPEDALI - Il governo tedesco è «allarmato» per l'emergenza sanitaria che ha colpito il Paese, mettendo sotto pressione in particolare gli ospedali delle regioni del nord, a causa del contagio da E. Coli. E le strutture sanitarie della Germania settentrionale, prese d'assalto, lavorano in condizioni «limite». Il ministro della Salute Saniel Bahr, che domenica ha visitato l'ospedale universitario di Amburgo-Eppendordf, ha ammesso - secondo la versione online del settimanale Spiegel - «l'emergenza sanitaria» che si vive al nord. Gli operatori sanitari, continua il magazine, lavorano a pieno ritmo, «sette giorni su sette», senza interruzione. Un vertice fra il ministro Bahr, il ministro dei Consumatori Ilse Aigner e i ministri competenti dei diversi Laender colpiti, dovrebbe tenersi mercoledì, probabilmente a Berlino.


Corriere

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domenica 5 giugno 2011

CETRIOLO O CERVO, MA IL KILLER ESISTE DAVVERO?


Stava per rimetterci anche il povero cervo, con il suo salame accusato di essere tra i portatori dell’Escherichia Coli, più noto come “batterio killer”. C’è voluta una nota del ministero della Salute per confermare che gli esami hanno dato esiti negativi ”il campione, ha fatto sapere il ministero, è stato esaminato dal Laboratorio Nazionale di Riferimento per E.coli dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma ed è risultato negativo per presenza di Escherichia Coli produttore di verocitotossina (VTEC)”.

E’ andata però peggio al cetriolo spagnolo: l’allarme si è diffuso con la rapidità delle bufale, quasi fosse più rassicurante aver trovato l’untore, aver individuato la causa. Peccato anche anche in quel caso si trattasse di falso allarme.

Un falso allarme che ha portato, solo in Italia, al sequestro di 16 quintali di cetrioli. Il Belgio ha bloccato le importazioni dalla Spagna. La Russia, come sempre facendo le cose in grande, ha deciso di bloccare l’import da tutta Europa. La Germania ha puntato il dito, per i suoi connazionali morti, contro Madrid. E adesso si ritrova a chiedere scusa.

Non solo: il capo del governo spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha annunciato oggi che il suo paese chiederà i danni per il pregiudizio subito dall’agricoltura spagnola.

E si parla di danni perché, almeno in Italia, i casi ancora non si sono visti. Si è rivelato invece un falso allarme il caso del turista tedesco ricoverato all’ospedale di Merano per una grave forma di dissenteria. Stesso epilogo per la morte di una donna di 62 anni all’ospedale di Firenze: l’autopsia ha escluso qualsiasi relazione con il batterio che sta seminando il panico in Europa.

Solo che ora che il nemico non è più chiaramente identificabile, le conseguenze finiscono per ricadere anche sui coltivatori nostrani: ”L’incertezza sta avendo effetti devastanti sui mercati, denuncia la Coldiretti, poiché oltre un cittadino europeo su tre (il 35 per cento) evita di acquistare i prodotti di cui ha sentito parlare nell’ambito di una emergenza relativa alla sicurezza alimentare, secondo eurobarometro”.

Ecco allora che la confederazione dei coltivatori diretti ha pensato di difendersi con un’”operazione antipanico”: distribuendo, cioè, in molte regioni oltre 10 tonnellate di cetrioli e altra frutta e verdura made in Italy a chilometri zero per ribadire “l’assoluta sicurezza della produzione italiana che ha conquistato in europa e nel mondo il primato della qualità e della sicurezza alimentare”.

Intanto, però, anche la Germania non se la passa tanto bene. Prima la colpa è stata data ad una festa ad Amburgo, dove, tra il 6 e l’8 maggio scorsi, circa 1,5 milioni di persone hanno visitato il porto e circa un settimana dopo i primi pazienti affetti da dissenteria sono stati ricoverati nell’ospedale universitario di Amburgo-Eppendorf.

Poi, sempre in Germania, è toccato ad un ristorante di Lubecca, nel Land che ha avuto finora il maggior numero di vittime: 17 persone che hanno visitato il ristorante avrebbero contratto l’infezione legata al ceppo Ehec del batterio.

Il fantasma ignoto che incute timore in tutta Europa ricorda le recenti Sars, Aviaria e Mucca Pazza. Eppure, facendo un po’ i conti, è evidente che i venti morti in tutta Europa sono ben poca cosa rispetto alle 120mila vittime della strada ogni anno nella stessa Europa. O ai circa seimila morti annui sul lavoro – solo in Italia.

Forse però la paura dell’epidemia può far comodo a qualcuno, come, tanto per dirne una, le aziende farmaceutiche. Come i vaccini che sono stati fatti acquistare da vari Paesi – tra cui l’Italia – per prevenire eventuali pandemie nei casi di Sars o AH1N1. Quei vaccini sono rimasti inutilizzati. Pericolo scampato. O bufala svanita?


BlitzQuotidiano

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venerdì 3 giugno 2011

BATTERIO KILLER, OLTRE 2000 CASI IN EUROPA, "VARIANTE TOSSICA"


L'Organizzazione mondiale della Sanità afferma che la variante di E.Coli trovata nei pazienti tedeschi contagiati «non è stata mai vista prima in un focolaio di infezione». Esperti cinesi che hanno analizzato i geni del ceppo di Escherichia Coli tedesco affermano che il gruppo «è nuovo e altamente tossico».

L'ESPERTA - «Questo è un ceppo unico che non è mai stato isolato prima da pazienti e presenta diverse caratteristiche che lo rendono più virulento e capace di produrre maggiori tossine» ha spiegato Hilde Kruse, esperta di sicurezza alimentare all'Oms. Le sequenze genetiche preliminari mostrano che il ceppo è una forma mutante di due diversi batteri dell'E. coli, i cui geni letali spiegano perché l'epidemia scoppiata in Europa sia così estesa e pericolosa. Finora in Europa sono morte 18 persone (17 in Germania e una in Svezia) e oltre 2.000 si sono ammalate, comprese 470 che hanno sviluppato la rara sindrome emolitico-uremica, una particolare complicazione ai reni: oltre alla Germania e la Svezia sono state colpite Gran Bretagna, Olanda, Danimarca e Spagna. Nelle ultime ore è stato accertato un caso in Repubblica Ceca e si stanno facendo accertamenti su altri nove pazienti sospetti. Tutti i contagiati erano rientrati da viaggi in Germania. «Si potrebbe pensare che l'epidemia generata dal batterio dell'E. coli provenga da una fonte animale» ha aggiunto Hilde Kruse. «Molti animali - ha spiegato Kruse - sono spesso ospiti di vari tipi di batteri dell'E. coli che producono tossine». Sono diversi gli scienziati a sospettare che il batterio possa provenire da letame contaminato usato per fertilizzare i vegetali da cui è partita l'epidemia. In precedenza, i contagi dovuti al batterio hanno colpito soprattutto bambini e anziani, ma l'epidemia scoppiata in Europa ha interessato gli adulti in maniera sproporzionata, in particolar modo le donne.

ALLARME IN FRANCIA- Intanto anche in Francia si diffonde l'allarme: i primi risultati dell'autopsia sull'uomo morto a Saint-Diè, nella Francia orientale, dopo aver mangiato un panino con insalata e pomodori, «non hanno per ora consentito di individuare la causa del decesso». Lo ha riferito il sostituto procuratore di Epinal, Jean Richert, incaricato delle indagini preliminari sulla vicenda. «Per il momento - ha precisato - non abbiamo alcuna ragione di credere che si tratti del batterio killer che imperversa in Germania, ma non siamo nemmeno in grado di escluderlo». L'unica cosa certa, ha sottolineato, è che la morte non è dovuta nè a cause traumatiche, come un infarto o un ictus, nè ad anomalie fisiche, e che non è stata procurata da terzi.


Corriere

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martedì 31 maggio 2011

BATTERIO KILLER, PRIMA VITTIMA NON TEDESCA


STOCCOLMA - Una donna svedese di 50 anni è morta in un ospedale dell'area sud-occidentale del Paese scandinavo, per l'infezione da escherichia coli che in diverse nazioni d'Europa ha colpito oltre 300 persone provocando 14 decessi, tutti concentrati in Germania. La donna, che probabilmente è stata contagiata proprio durante un soggiorno in Germania, è la prima vittima dell'epidemia al di fuori del Paese. Secondo il ministro della Salute della città-stato di Amburgo, Cornelia Pruefer-Storcks, non sono i cetrioli spagnoli quelli alla base dell'epidemia provocata dal batterio E.coli in Germania.

Dall'Italia arrivano intanto rassicurazioni dal ministro della Salute Ferruccio Fazio: se anche il batterio killer dovesse arrivare in Italia, non si corre il pericolo di infezione rispettando le comuni norme igieniche. "Bisogna leggere le etichette - raccomanda - e guardare la provenienza delle verdure. Per i cetrioli che vengono dall'Italia i consumatori non devono temere nulla, quelli di provenienza non italiana devono essere lavati accuratamente, e allora non avranno nulla da temere".

Per il ministro "non si può escludere" che la variante di E. coli responsabile dell'epidemia in Germania "possa arrivare in Italia. Ma - spiega - poiché le contaminazioni delle verdure sono esterne, si può escludere che a seguito di lavaggi accurati delle mani, e soprattutto dei prodotti, si possa trasmettere l'infezione. Se vengono adottate sempre queste regole d'igiene, seppure fosse sulle verdure, il batterio non può essere veicolato all'uomo".


Adnkronos

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venerdì 20 maggio 2011

MOLINETTE, SPARITI I SOLDI PER RIFARE IL "PRONTO SOCCORSO"


TORINO - Non ci sono fondi per la ristrutturazione del pronto soccorso delle Molinette, un’operazione per cui si preventivava una spesa di 2 milioni e 897mila euro. Niente risorse anche per il rifacimento del blocco operatorio chirurgia d’urgenza diretta da Pier Roberto Mioli, per il raddoppio dei letti della terapia intensiva, l’ampliamento delle sale visita della parte chirurgica e degli spazi da destinare all’Osservazione breve intensiva. Un secondo intervento del valore di 1 milione 300mila euro.

La lettera, datata 13 maggio 2011, è arrivata al commissario dell’ospedale Giovanni Battista Emilio Iodice ed è firmata dal responsabile del settore politiche degli investimenti della direzione sanità Piero Angelo Pais. Dopo aver indicato i lavori in oggetto e dichiarato di aver ricevuto i moduli per l’autorizzazione all’affidamento dei lavori (entro giugno 2011), si comunica che «il capitolo di spesa del bilancio regionale per l’esercizio finanziario 2011relativo agli investimenti risulta avere una disponibilità di previsione pari a 0. Con la conseguenza che questo settore non potrà assumere eventuali impegni di spesa a copertura degli interventi. Pertanto - chiude - si ritiene che ad oggi non ci siano le condizioni per procedere sia all’attivazione della gara d’appalto dell’intervento sia per l’affidamento dei lavori».

L’allarme viene lanciato dalla Cgil aziendale delle Molinette, che diffonde un volantino: «Cota taglia i fondi per il pronto soccorso». Il responsabile aziendale Francesco Cartellà spiega: «Questi interventi erano attesi da anni e sollecitati sia dalla precarie condizioni di lavoro di medici, personale infermieristico e operatori socio sanitari sia dalle invivibili condizioni dei pazienti “ammucchiati” in strutture inadeguate prive di privacy e a rischio infezioni per il poco spazio fra le barelle che affollano la struttura». Si veda il fatto di cronaca di un anno relativo allo scambio di sacche di sangue, scrive ancora l’organizzazione sindacale.

La Regione risponderà soltanto oggi. Il responsabile della comunicazione istituzionale di Roberto Cota Beppe Cortese attende comunicazioni da Paolo Monferino. Ieri, neppure lui riuscito a parlare al direttore regionale per avere la spiegazione “tecnica” della decisione assunta. «Potrei dire che si attendono gli interventi su Città della salute - dice Cortese - ma per essere più chiaro ho bisogno di dettagli che non conosco». «Il direttore è impegnato in una lunga riunione che si protrarrà fino a tarda sera», ha fatto sapere la segretaria del direttore.


Repubblica

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lunedì 16 maggio 2011

ALLARME MOZZARELLE "FALSE", 1 SU 4 NON CONTIENE LATTE


Cibo sotto inchiesta: i Carabinieri dei Nas di Bari hanno sequestrato 60 tonnellate di cagliata priva delle indicazioni di tracciabilità - obbligatorie per legge - in cattive condizioni igieniche e impropriamente congelata.

Con il prodotto sequestrato, sottolinea la Coldiretti, sarebbe stato possibile produrre oltre mezzo milione delle classiche confezioni da mozzarella da 125 grammi.
Sì, perché purtroppo in Italia ed Europa, l’utilizzo di cagliate per produrre mozzarelle di latte vaccino è legale: si stima così che 1 mozzarella su 4 tra quelle in commercio non sia stata realizzata a partire direttamente dal latte, ma da cagliate straniere.

Secondo un’analisi di Coldiretti, nel 2010 in Italia sono arrivati ben 86 milioni di chili di cagliate provenienti soprattutto da Lituania, Ungheria, Polonia e Germania, destinate a diventare mozzarelle “made in Italy”, nascondendosi dietro al nome di marchi italiani.

Questo meccanismo è doppiamente nocivo: oltre ad ingannare i consumatori, porta ad una «concorrenza sleale nei confronti dei produttori che utilizzano esclusivamente latte fresco, perché rispetto alla mozzarella genuina, fatta dal latte, quella “tarocca” - spiega la Coldiretti - costa attorno alla metà e può essere venduta sullo scaffale a prezzi molto bassi».

Proprio per tentare di arginare questo fenomeno, Coldiretti e l’Associazione allevatori italiani (Aia), in collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Bari, hanno messo a punto una nuova tecnologia soprannominata “Tac salva mozzarella”. Si tratta di uno strumento in grado di individuare un “marcatore” che si trova nelle mozzarelle prodotte senza l’utilizzo di solo latte fresco: in questo modo vengono immediatamente evidenziati i prodotti “falsi”.

«Si tratta – specifica Coldiretti - del primo sistema di analisi che consente di rilevare se una mozzarella vaccina è stata realmente prodotta con latte fresco o se, invece, è realizzata utilizzando cagliate congelate o cagliate refrigerate vecchie».

Il risultato delle prime analisi ha confermato i dati statistici sulle importazioni, dai quali si evidenzia come la metà delle mozzarelle vendute in Italia sia fatte con latte o addirittura cagliate straniere: per salvare le 39.000 stalle italiane che lavorano nel settore è necessario intensificare i controlli anche con le nuove tecnologie a disposizione.

Ma oltre a questo, servono misure di intervento strutturali per la trasparenza, come quelle previste dal Decreto in corso di verifica in sede Ue, che prevede l'obbligo di indicare la provenienza di latte e derivati in etichetta, così come l’obbligo di indicare la presenza di sostanze diverse dal latte, come le cagliate, e il divieto di utilizzare polveri e caseinati in sostituzione del latte per la produzione dei formaggi, rendendo pubblici i dati relativi alle ditte di destinazione delle importazioni di latte dall'estero attraverso internet.


Virgilio

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venerdì 13 maggio 2011

IL PRIMO QUARTIERE SENZ'AUTO, SALUTARE ED ECOSOSTENIBILE


TORINO - Un quartiere salutare, più a misura d’uomo, il primo in Italia senz’auto, nè parcheggiate nè circolanti. Nascerà a Torino dove è stato dato il via libera, in Consiglio comunale, al Programma integrato per la riconversione dell’area Alenia di Corso Marche. Un progetto elaborato dagli architetti romani dello Studio Amati, pensato per creare un luogo in grado di favorire la relazione, migliorare la qualità della vita e dell’ambiente circostante, con effetti positivi anche per il benessere psicofisico.

L’intervento di riqualificazione - hanno spiegato gli architetti - utilizza soluzioni avanzate in cui la tecnologia viene usata per ricreare un nuovo rapporto tra uomo e natura. Saranno studiate e impiegate, per esempio, tecniche costruttive, materiali, impianti intelligenti ed efficienti per il riscaldamento, condizionamento e controllo dell’ambiente interno. Attraverso principi di edilizia sostenibile si punterà a modificare radicalmente il bilancio energetico degli edifici che, da consumatori passivi, saranno trasformati in sistemi di produzione, utilizzo e gestione del calore, dell’elettricità, dell’acqua e del clima interno, sottolineano i progettisti.

L’uso di materiali naturali, il ricorso a fonti energetiche rinnovabili abbinato a sistemi elettronici intelligenti di controllo degli apparecchi e degli impianti «garantiranno una elevata efficienza energetica degli edifici». Le auto - con le loro emissioni - saranno poi completamente bandite, utilizzando parcheggi sotterranei e valorizzando l’uso del mezzo pubblico insieme alla logica delle ’piccole distanzè tra i diversi servizi.

Sono previsti, inoltre, la limitazione dell’inquinamento acustico attraverso un’attenta programmazione delle operazioni di carico e scarico nelle aree commerciali; criteri di bioclimatica per sfruttare in modo ottimale la luce e il calore naturale; impiego di materiali edili eco-compatibili; gestione intelligente ed efficiente dell’uso dell’acqua con sistemi di riduzione dei consumi, riciclo delle acque per usi secondari, recupero delle acque piovane e depurazione degli scarichi. «Finalmente - conclude l’architetto Alfredo Amati, progettista del Piano - è stato approvato un piano che rappresenta la via italiana di concepire un avanzato modello di riqualificazione urbana nel quale i nuovi quartieri sono progettati a misura d’uomo, caratterizzati al loro interno dalla vitalità dei centri storici. La città della grande industria automobilistica accoglie questa nuova sfida per l’innovazione, introducendo anche nel nostro Paese il primo quartiere veramente pedonale».


La Stampa

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mercoledì 11 maggio 2011

ALLARME MOLINETTE, QUATTRO INFETTATI IN TERAPIA INTENSIVA


TORINO - Che cosa sta accadendo nel reparto di terapia intensiva della cardiorianimazione alle Molinette?

Da un anno a questa parte alcuni dipendenti che ci lavorano cadono malati. Tutti presentano la stessa patologia: pericardite; un’infezione che colpisce l’involucro del cuore, il pericardio appunto, creando difficoltà respiratorie, violenti dolori all’altezza del petto, tosse stizzosa.

Per adesso i casi sono quattro, tre infermieri e un medico. Per tre di loro la malattia pare già conclamata, l’ultimo invece sta effettuando ora le analisi ma i sintomi fanno pensare a un quarto episodio. I sindacati sono preoccupati. Francesco Cartellà della Cgil e Daniele Baldinu del sindacato autonomo Fials chiedono all’azienda di intervenire: «La particolare concentrazione di pericarditi in un unico comparto è allarmante. L’azienda deve agire e verificare se ci possono essere delle cause scatenanti. Insomma, la gente non può venire al lavoro per ammalarsi, senza contare i malati, soggetti particolarmente fragili, che potrebbero essere sottoposti agli stessi agenti».

Indagine che potrebbe non essere facile. La pericardite può colpire per svariate ragioni, ha carattere stagionale e i soggetti giovani sono più più a rischio. E tuttavia resta il dato statistico: una coincidenza che nessuno si sogna di liquidare come tale senza un approfondimento.

Il reparto in questione da qualche giorno è chiuso. Di recente i carabinieri del Nas insieme ai tecnici dello Spresal (la sezione che si occupa di sicurezza sul lavoro dell’Asl) hanno effettuato controlli nel reparto e nel blocco operatorio di cardiochirurgia riscontrando svariati problemi: pavimenti dissestati, aspiratori insufficienti per il numero di pazienti, porte che non chiudevano. All’azienda sono state comunicate alcune prescrizioni per mettere i locali a norma e le Molinette hanno deciso prudentemente di spostare la terapia intensiva dal terzo al quinto piano e il blocco operatorio al posto di terapia toracica, sempre al quinto piano, per poter effettuare i lavori.

Le pericarditi potrebbero essere dovute al contatto con i pazienti, ma è anche vero che l’indagine condotta dai Nas su incarico del sostituto procuratore Raffaele Guariniello ha rilevato ritardi nella sostituzione dei filtri. In particolare quelli del reparto pare fossero gli stessi dal 2009, quando i protocolli prevederebbero una loro sostituzione ogni sei mesi. Il nesso causale tra i filtri e le pericarditi è azzardato e solo un’indagine di carattere medico potrebbe valutarla, indagine che non è ancora stata effettuata.

Il primo dipendente colpito dall’infezione risale al gennaio 2010. Per cinque mesi non ha saputo che cosa avesse. Solo a maggio, dopo esami specifici, gli è stata diagnosticata la pericardite. Il secondo caso si è invece verificato nel 2011 e due mesi dopo, il terzo. Il quarto caso è recente. «Un’indagine conoscitiva è necessaria - ribadiscono i sindacati - Se non altro per eliminare la possibilità che si verifichino altri casi».

Il problema dei filtri negli ospedali non è nuovo. Anni addietro lo stesso Guariniello aveva indagato sui casi di aspergillo mentre nel 2007, dopo il caso di otto madri ricoverate con infezioni a seguito di un parto avvenuto con taglio cesareo al Sant’Anna, la direzione sanitaria aveva ordinato una disinfestazione straordinaria della sala operatoria e la sostituzione anticipata di tutti i filtri nell’impianto di aria condizionata.


La Stampa

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mercoledì 20 aprile 2011

IL BLUFF DEI FARMACI GENERICI, ERANO GRATIS, ORA SI PAGANO


Dalla mattina di venerdì scorso in Italia c'è un ticket occulto su centinaia di generici. Chi entra in farmacia si trova a pagare da alcuni centesimi a diverse decine di euro per medicinali che fino a pochi giorni fa erano gratuiti. L'Aifa ha infatti abbassato il valore dei rimborsi per i cosiddetti "equivalenti" dal 10 al 40% per far risparmiare il sistema sanitario circa 600 milioni all'anno. Il problema è che al provvedimento dell'agenzia non sono seguite riduzioni di prezzo da parte di tutte le aziende produttrici. E i cittadini devono accollarsi una spesa imprevista per una buona parte dei 4.200 generici. È esplosa così l'ira delle associazioni come Federanziani, che ieri ha scritto al presidente Napolitano perché venga sospeso il provvedimento di Aifa, e anche delle Regioni. In particolare della Toscana.

"Si tratta di una gabella che pesa sulle spalle della povera gente - dice il presidente Enrico Rossi - Noi abbiamo stanziato 400mila euro per non far pagare quei soldi di differenza ai toscani. Ma gli altri? Qui si stanno trattando i cittadini come sudditi". Oggi, fanno sapere dallo staff di Vasco Errani, presidente dell'Emilia e della conferenza delle Regioni, il tema sarà affrontato in un incontro tra i governatori italiani.

La partita non è ancora chiusa. Del resto l'Aifa ha spiegato che per domani la maggior parte delle aziende produttrici di generici avranno pubblicato in Gazzetta ufficiale l'abbassamento dei prezzi. Qualcuno già da ieri aveva preso questo provvedimento.
Il presidente di Assogenerici Giorgio Foresti non è così ottimista. "Di certo ci saranno altre riduzioni di prezzo da parte dei produttori - spiega - Però credo che per un 30-40% dei prodotti questa misura non sarà presa. Le aziende non possono permetterselo perché incasserebbero meno di quanto spendono per la produzione. Tanto vale togliere quei farmaci dal commercio. Questa misura di taglio del rimborso non è stata preparata. Noi avevamo chiesto ad Aifa e al Governo di aiutarci ad aumentare i volumi, con politiche favorevoli al generico. Non le hanno fatte e ci troviamo a questo punto".

Ci vorranno 24 ore per capire per quanti tra i 4.200 farmaci dovranno essere pagati e quanti torneranno gratuiti. "E i soldi spesi in questa settimana chi li rende ai cittadini? - chiede Rossi - Siamo danneggiati da questa manovra perché fino a ieri abbiamo detto ai cittadini di prendere gli equivalenti che costano meno e funzionano allo stesso modo. Così si rischia di spostare alcune prescrizioni su farmaci di marca che hanno ancora il brevetto perché vengono rimborsati completamente, aumentando le spese per il sistema sanitario. Ma ciò che conta è il danno per i cittadini. È scandaloso che in questo paese si introducano ticket senza discuterne con le Regioni. Perché Aifa non ha prima parlato con le case farmaceutiche per sapere se avrebbero abbassato i prezzi?".


Repubblica

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L'AUTOPSIA CONFERMA, IL CUORE DI NICOLE PERFORATO DAI MEDICI


TORINO - L’autopsia eseguita ieri mattina sulla piccola Nicole Coratella conferma: la bimba di 7 mesi morta venerdì scorso al Regina Margherita è stata stroncata da un’emorragia inarrestabile dopo che i medici le hanno perforato la parete del cuore durante una biopsia.

Ma l’attenzione della procura, adesso, pare orientata - più che a individuare o confermare la causa del decesso, sulla quale c’erano pochi dubbi, per stessa ammissione dell’ospedale - a far luce su un’altra questione: quella biopsia finita con una complicanza era necessaria per iniziare una terapia che potesse cercare di evitare il dramma? In altre parole: Nicole doveva proprio essere sottoposta a un esame così invasivo? Che cosa sarebbe cambiato se si fosse iniziata una terapia contro la cardiomiopatia dilatativa virale senza indagare con una sonda?

Ciò che ha provocato il decesso è stata l’emorragia. La perdita inarrestabile di sangue attraverso la ferita nel cuore provocata dalla sonda. In casi come questo, dov’è necessario collegare un paziente alla circolazione esterna, si procede oltretutto a «scoagulare» il sangue, cioè a renderlo più fluido per evitare il pericolo di trombi, il che, dal punto di vista del rischio-emorragia, è un pericolo in più per il malato.

L’autopsia eseguita da Valter Declame sul corpicino di Nicole è stata disposta dal pm Giancarlo Avenati Bassi cui è affidata l’indagine. E’ iniziata poco dopo le 9 e si è conclusa in tarda mattinata. Hanno assistito anche i medici legali Valentina De Biasi, in rappresentanza dei familiari della bimba, e Giambattista Golè, nominato dall’azienda sanitaria a cui fa capo il Regina Margherita. «Che l’evento che ha portato alla morte sia questo - dice Bortolotto - è indubbio, ma vogliamo capire che cosa sia accaduto prima, e le ragioni per cui tutto questo è avvenuto». Potrebbe già esserci qualcuno iscritto nel registro degli indagati. L’ipotesi scontata è quella dell’omicidio colposo.

Nelle prossime ore potrebbe arrivare il via libera alla sepoltura. Per la prima volta, ieri, ha parlato la pediatra della bimba, la dottoressa che - riferiscono i genitori - «nei giorni prima del ricovero di Nicole ci aveva detto che la nostra bambina aveva semplicemente un raffreddore, e che un po’ di mare le avrebbe fatto bene».

Parla anche il commissario dell’ospedale Regina Margherita, Emilio Iodice, che in un comunicato diffuso ieri dall’ospedale dice: «Purtroppo in sanità il “rischio zero” non esiste e nonostante la capacità, l’impegno e il rispetto dei protocolli osservati da chi agisce in campo sanitario, l’evento negativo si può comunque verificare». Il dottor Iodice ribadisce: «I medici hanno fatto tutto il possibile per curare la piccola Nicole».

Più passano le ore e i giorni, più la consapevolezza del dramma diventa chiara, percepibile, ai genitori di Nicole, Vincenzo e Denise Coratella. Oggi alle 16,30, con un collegamento esterno, racconteranno la loro tragedia alle telecamere della Vita in diretta. Intanto, oltre a quella della procura, sulla vicenda sono aperte altre due inchieste ministeriali, mentre il consigliere regionale Andrea Buquicchio (Idv) ha annunciato un’interrogazione urgente in Consiglio.


La Stampa

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martedì 19 aprile 2011

IL GIALLO DEL TRAPIANTO, ALTRI GUAI PER I MEDICI, "REFERTO FALSIFICATO"


TORINO - Questa volta l’accusa al dottor Massimo Boffini, aiuto del professor Rinaldi (direttore della cardiochirurgia delle Molinette), è di falso in atto pubblico. Le ultime indagini hanno portato i carabinieri del Nas a sequestrare file su file nei computer del reparto e il loro sviluppo si è tradotto nella richiesta di una misura interdittiva nei confronti di Boffini: avrebbe modificato il referto operatorio di uno dei primi sei interventi cui - insieme con Rinaldi - sottopose la paziente Pasqualina Amodeo in sette giorni, a maggio 2008. Prima della morte, all’età di 67 anni.

La «postilla», dando conto dell’esecuzione di un’ecocardiografia dall’esito confortante, ha tratto in inganno - è la nuova accusa - i periti nominati dal gip Andrea Natale nel caso giudiziario via via arricchitosi di contestazioni sempre più pesanti: peculato, omicidio preterintenzionale per entrambi, e ora il falso per il solo Boffini. Il giudice lo ha convocato domani per un interrogatorio.

L’indagine nel sistema elettronico del reparto ha svelato un enorme limite di sicurezza: vi si accede non con password personalizzate, ma con una comune; chiunque può modificare cartelle cliniche e referti operatori senza lasciare le proprie «impronte». Esattamente come avrebbe fatto il dottor Boffini. Il suo direttore, Mauro Rinaldi, risentito un mesetto fa dal procuratore aggiunto Andrea Beconi e dai pm Paolo Toso e Paola Stupino, ha dichiarato: «Avevo chiesto alla direzione generale delle Molinette di provvedere, mi è stato risposto che non ci sono i fondi».

La signora Pasqualina era stata operata il 20 maggio da Boffini per la sostituzione di una valvola aortica con una protesi biologica. Nel corso dell’operazione - secondo i consulenti dell’accusa - il cardiochirurgo si accorge e, lo dichiara, che il sangue non riusciva a fluire attraverso la coronaria, dopo aver innestato la nuova valvola. Temendo di aver provocato un’ostruzione, preleva da una gamba della paziente un pezzo di vena safena per predisporre un by-pass e aggirare la presunta ostruzione del sangue.

Nel frattempo chiama Rinaldi che al suo arrivo in sala operatoria gli dice di evitare il by-pass e di procedere con l’applicazione di un contropulsatore, una pompetta che ha la medesima funzione, ma si rivelerà inefficace. La signora Amodeo non si riprende dall’intervento, anzi le sue condizioni generali peggiorano rapidamente. E il 22, nel corso di un nuovo intervento per tenerla in vita, Boffini sarebbe ricorso all’ecocardiografia che documentava il regolare flusso del sangue negli osti coronarici. L’ostruzione non c’era, prendono quindi atto i periti del giudice: il cardiochirurgo non aveva posizionato male la protesi biologica nel cuore della donna. Tanto meno, d’intesa con il professor Rinaldi, avrebbe avuto motivo di trapiantare il cuore di un donatore nella paziente in coma depassé il 26 maggio al solo scopo - era ed è l’accusa dei pm - di far sparire la protesi biologica e i relativi punti di sutura con l’espianto del vecchio cuore.

L’ecocardiografia è diventata decisiva, ma non vi era altra traccia dell’esame strumentale se non nel referto del 22. Da qui il sospetto del falso che si è concretizzato con la scoperta nell’archivio informatico del reparto di un altro referto operatorio di quell’intervento, privo dell’annotazione sull’ecocardiografia.

L’aveva firmato uno specializzando che ha disconosciuto la nuova versione. Stampata su carta e firmata dal dottor Boffini. L’avvocato Luca Marta, il suo legale: «La documentazione dell’ecocardiografia è corretta, non regge nemmeno questa accusa».


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lunedì 18 aprile 2011

BIMBA MUORE A 19 MESI DOPO UNA BIOPSIA AL CUORE


TORINO - Da due mesi la piccola Nicole aveva tosse inarrestabile e muco denso che le colava in continuazione dal naso. La pediatra aveva tranquillizzato papà e mamma: «E’ solo un po’ di raffreddore, forse qualche giorno al mare le farà bene». Invece, Nicole Coratella, 1 anno e sette mesi compiuti il 2 aprile, soffriva di una malattia al cuore. Una malattia che sabato mattina l’ha uccisa al Regina Margherita, poche ore dopo esser stata sottoposta a una biopsia per capire l’origine del suo cuore troppo gonfio e affaticato: la sonda ha perforato il ventricolo destro, la piccola è stata portata in rianimazione, ma la mattina successiva è stata stroncata da un’emorragia.

Vincenzo e Denise Coratella, i genitori di Nicole, 29 anni lui, 25 lei, hanno sporto denuncia e si sono rivolti a un legale, l’avvocato Maurizio Bortolotto. «Vogliamo sapere che cosa ha ucciso la nostra bimba - dicono senza più lacrime -. Fino a due mesi fa stava benissimo. E nell’ultimo mese, quando la tosse è diventata così frequente da farla vomitare, praticamente ogni settimana eravamo dalla pediatra che ha prescritto un aerosol tre volte al giorno per tre giorni, oltre a un antibiotico da comprare, tenere lì, e usare solo quando ce l’avrebbe detto lei».

I genitori della bimba, nella denuncia, per il momento non accusano espressamente nessuno. In sala operatoria c’erano i due primari della Cardiologia e della Cardiochirurgia dell’Infantile, Gabriella Agnoletti e Piero Abbruzzese, nomi noti, medici di esperienza e di fama. Ma qualcosa è andato storto: «Ci hanno spiegato - continuano i coniugi Coratella - che la perforazione del ventricolo è un rischio di ogni biopsia, ma questo non ci basta. Vogliamo anche sapere se la pediatra poteva o doveva sospettare la malformazione al cuore, anziché dirci che un po’ di mare avrebbe fatto bene a Nicole».

La piccola era nata al Sant’Anna il 2 settembre scorso. «Nessun problema di salute», garantiscono papà e mamma. «A fine gennaio ha iniziato a colarle il naso e ad avere una tosse sempre più fastidiosa: le ultime notti le ha passate praticamente in bianco, piangendo e lamentandosi. Una tosse tremenda, da farci spaventare».

Quando l’8 aprile Nicole arriva al pronto soccorso dell’Infantile («Dopo l’ennesima notte sveglia aveva tossito tanto da vomitare ed era diventata completamente bianca in viso») le viene assegnato un codice verde: non è un caso urgente. «Ma appena l’hanno visitata e fatto l’ecocardiogramma ci hanno spiegato che nostra figlia aveva un cuore pesantemente affaticato. Non una malformazione, forse l’effetto di un virus».

Due le possibili diagnosi: cardiomiopatia dilatativa o miocardite. «Il professor Abbruzzese e la dottoressa Agnoletto ci hanno spiegato che occorreva approfondire con una biopsia, un esame di routine che sarebbe durato non molto». Venerdì Nicole entra in sala operatoria. «Dopo due ore esce la dottoressa Agnoletto, ci spiega della perforazione e dice che è stato necessario aprire lo sterno per “chiudere il forellino”».

Sotto l’effetto dei farmaci, prima della biopsia, la situazione pareva migliorare, ma adesso, dopo la perforazione del ventricolo, Nicole è di nuovo in pericolo. «La mattina dopo - racconta ancora la madre - ci hanno telefonato a casa: “Venite, vostra figlia si è aggravata”. Quando siamo arrivati in ospedale era già morta».

L’avvocato Bortolotto: «Sappiamo che in sala operatoria c’erano due primari considerati validissimi. Ai genitori della bimba, però, in ospedale qualcuno ha dato informazioni discordanti sulle condizioni della figlia. Chiediamo di fare chiarezza, e di verificare se può esistere una responsabilità di chi non ha indirizzato prima Nicole all’Infantile per capire l’origine di quei disturbi che si trascinava da due mesi».


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venerdì 15 aprile 2011

AD UN ANNO DAL SUO UTILIZZO, GIA' MILLE ABORTI CON LA PILLOLA RU486


TORINO - "Lascerò la Ru486 nei magazzini", aveva detto un anno fa il presidente della Regione, Roberto Cota, quando la pillola dell’aborto cominciò a essere utilizzata al Sant’Anna, subito dopo la sperimentazione. E invece, la Ru486 non è rimasta affatto nei magazzini. Anzi: lunedì prossimo sarà somministrata in ospedale la millesima pillola. Non solo: come ci si immaginava, il 96 per cento delle donne, dopo averla presa, in questi primi dodici mesi ha chiesto e ottenuto di andare a casa. Niente ricovero, come prevedeva il protocollo. L’escamotage del dottor Viale è stato affidarsi a un’altra possibilità prevista dalla legge: la richiesta volontaria di dimissione da parte delle pazienti. «E non essendoci alcun motivo medico per negare quel permesso - spiega il ginecologo paladino della Ru486 - non mi sono mai opposto».

Mille Ru486. Soltanto 6 donne su cento hanno dovuto ricorrere al raschiamento. Per il dottor Viale il successo della tecnica è evidente nei numeri. Otto i casi in cui l’aborto non c’è stato e si è dovuti ricorrere alla revisione chirurgica. Così ora Viale va oltre: «Il passo successivo sarà utilizzare la Ru486 anche per l’aborto chirurgico, perché ammorbidisce il collo dell’utero ed evita di dover forzare la dilatazione con gli strumenti».

Accanto agli 8 mila parti del 2010 al Sant’Anna (il 20 per cento circa di tutta la Regione), gli aborti sono stati poco meno di 4 mila (il 40 per cento di tutta la regione). «Soltanto una donna, dopo la somministrazione della Ru486, ha avuto una gravidanza-extrauterina, ma è un rischio - chiarisce subito il dottor Viale - anche dell’aborto chirurgico».

Ieri mattina le interruzioni di gravidanza effettuate con la Ru486 erano 992. Nove sono già prenotate per lunedì. In un solo anno, il ricorso alla pillola dell’aborto ha ormai raggiunto il 50 per cento di tutte le interruzioni di gravidanza: sempre ieri mattina, ad esempio, al secondo piano del Sant’Anna erano in programma 11 aborti chirurgici e 12 medici, cioè con la Ru486.

«Dimostrato che il ricorso alla Ru486 non è un pericolo - dice adesso Viale - resta uno scoglio da superare, quello burocratico sulla dimissione». Come dire: il 96,8 per cento delle donne che ha firmato per andare a casa e non essere ricoverate è un messaggio chiaro. «Un’altra questione, più interna - prosegue Viale - è la destinazione del reparto: è previsto che sia trasferito in una parte dove non ci sono bagni in camera, ma solo servizi comuni in corridoio, il che non è certo l’ideale per una donna in attesa di un aborto».

Mentre ieri al Sant’Anna si prenotavano le 9 donne che porteranno a mille il numero delle interruzioni di gravidanza con la Ru486, fuori, in via Ventimiglia, di fronte all’ingresso del centro prenotazioni, l’associazione «Ora et Labora» e il Comitato «Verità e vita» hanno nuovamente manifestato contro l’aborto e contro il ginecologo Silvio Viale: «Ru486=genocidio di Stato e tradimento di Ippocrate», diceva un volantino distribuito ai passanti. «Viale - era scritto su un altro documento - è il medico che tifa per la morte». L’associazione ha esposto una enorme croce nera con appesi tanti feti e un mazzo di fiori alla base, scatenando la rivolta di molti, fra i passanti, tra cui una giovane maestra elementare, Monica Asprino: «Ci sono luoghi e modi per esprimere un dissenso, e questa croce è un modo inaccettabile, un circo vergognoso e inqualificabile». La tensione in strada è cresciuta al punto che ha dovuto intervenire la polizia, e la croce, alla fine, è stata tolta. «Se la legge è contraria al diritto alla vita - hanno continuato a sostenere i promotori della protesta anti-aborto - è una legge che non vale niente».


La Stampa

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giovedì 14 aprile 2011

NUCLEARE, LE VECCHIE CENTRALI PIU' A RISCHIO, A 2 PASSI DALL'ITALIA


Attenzione alle centrali nucleari di Fessenheim, in Francia, ma anche e soprattutto - specie gli italiani - a quella di Beznau, in Svizzera. Hanno provocato manifestazioni, proteste, richieste di chiusura in loco. E hanno fatto nascere un’associazione ambientalista trinazionale ad hoc, franco svizzero tedesca. A stare, in particolare, alle tesi dei Verdi tedeschi, rinfrancati dal successo elettorale nel Baden Wurttemberg e tranquillizzati in casa propria dalla politica sempre più attenta di Angela Merkel sul tema nucleare, sono proprio questi due impianti appena fuori dai confini della Germania a rappresentare un pericolo serio per il proprio Paese e per l’intera Europa. Ma le due centrali pongono problemi differenti. In Francia la municipalità di Strasburgo, all’unanimità, senza differenze di orientamento tra destra e sinistra, ha votato per la chiusura immediata della centrale nucleare di Fessenheim.

La richiesta prescinde dai risultati degli stress test a cui la centrale, come altre in Europa, sarà sottoposta in ossequio all’orientamento comunitario. Quella di Fessenheim è una tra le più vecchie centrali francesi, funziona dal 1977 ma non è stata progettata per avere una lunga attività. A 1.5 chilometri dalla frontiera con la Germania e a 40 chilometri dalla Svizzera, desta più preoccupazione per due motivi supplementari: perché si trova in una zona sismica e perché nel caso di uno straripamento del Reno verrebbe immediatamente invasa dalle acque del fiume.

Molto più anziano l’impianto svizzero di Beznau, attivo dal 1969, che è situato a Döttingen, nel Canton Argovia. Fritz Kuhn, vice capogruppo dei Verdi nel Parlamento tedesco ne parla come «di quell’ammasso di ferraglia al confine con la Germania» e promette di non mollare la presa sulla Merkel e sugli svizzeri finché la centrale non sarà fermata. Obiettivo che appare difficile da raggiungere. La Svizzera, infatti, si rifiuta di sottoporre le sue centrali ai test europei e sta suscitando, in primis, le ire dei vicini tedeschi.


Virgilio

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martedì 22 marzo 2011

IN ARRIVO NUBE RADIOATTIVA SULL'ITALIA, NESSUN RISCHIO


Gli effetti della nube radioattiva che si è sprigionata dalla centrale giapponese di Fukushi sono «attesi anche sull'Italia, prevediamo tra mercoledì e giovedì» ma «al momento non si rilevano assolutamente rischi per le popolazioni». Lo ha detto il responsabile del Servizio misure radiometriche del Dipartimento nucleare dell'Ispra, Giancarlo Torri.

In Italia ad intercettare la nube «sono i sistemi della Rete nazionale di sorveglianza della radioattività, una rete che è sempre e comunque attiva su tutte le regioni italiane» spiega Torri, aggiungendo che «a stamattina non si rileva nessun segnale di incremento di radioattività né sull'Italia né sull'Europa». «Il valore della nube - continua Torri - dipende da quanto materiale radioattivo è uscito, da quanto sta in alto e da quali fenomeni di diluizione è influenzato».

DOSE ATTESA TRA 1.000 E 10MILA VOLTE INFERIORE A QUELLA DI CHERNOBYL - La dose attesa, prosegue Torri, «dovrebbe essere tra 1.000 e 10 mila volte meno di quella che arrivò dopo Chernobyl. Ci aspettiamo valori da 100 a 1.000 milionesimi di baquerel per metro cubo di aria».


Corriere

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giovedì 10 marzo 2011

MANCANO I POSTI LETTO, LA BAMBINA NON SI OPERA


TORINO - Intervento rinviato, mancano i posti letto. Succede di prima mattina al Regina Margherita quando i genitori della piccola E.F., 18 mesi, si presentano per un intervento programmato. La bambina deve essere operata per asportare un neuroblastoma nell’addome. Alle 8,30 il chirurgo arriva allargando le braccia: «La rianimazione non ha più posti letto disponibili, non possiamo operare». Il neuroblastoma, una delle forme tumorali più diffuse nei bambini, esige tempi di intervento piuttosto rapidi. E infatti tutta la struttura dell’ospedale infantile si era mossa per arrivare presto all’intervento da quando, a metà febbraio, i medici avevano scoperto che E.F. aveva la grave malattia. Tutto era filato liscio fino a ieri mattina. «Purtroppo — commenta il direttore sanitario Giuseppe De Intinis — si è verificata una di quelle situazioni particolari che impediscono di svolgere interventi. Nella mattinata infatti tutti i posti di rianimazione erano occupati. Si è trattato di un’emergenza limitata a poche ore. Nel pomeriggio si erano già liberati tre posti. Così abbiamo potuto rinviare l’intervento di sole ventiquattrore».

Questa mattina dunque E.F. dovrebbe entrare in sala operatoria. Ma com’è possibile che tutto si blocchi senza che si verifichino eventi eccezionali? Il Regina Margherita è l’ospedale infantile di riferimento di tutto il Piemonte. La rianimazione è divisa in due parti: c’è quella riservata ai bambini che subiscono interventi cardiaci e trapianti, con quattro posti letto e due infermiere per turno. E c’è quella destinata a tutti gli altri casi con sei posti letto (più uno di isolamento) e tre infermiere per turno. In tutto, compreso l’isolamento, 11 posti letto che ieri mattina risultavano occupati. Tanto che sarebbe stato rinviato anche un secondo intervento previsto su un bambino di circa un anno.

La disponibilità di posti letto è direttamente legata al numero di infermieri utilizzati: di regola due infermieri per ogni paziente. Si è deciso di tagliare in questo delicato settore? «Da quando io sono tornato a ricoprire l’incarico di direttore sanitario, cioè dal 16 settembre scorso, non c’è stato alcun taglio di organico e di posti letto in quel settore», risponde De Intinis. E’ un fatto però che i posti letto scarseggiano al punto da essere costretti a rinviare gli interventi. «Un caso che si è verificato ieri per la prima volta», replica il direttore sanitario, anche se fonti dell’ospedale parlano di una situazione analoga che nei giorni scorsi avrebbe già portato al rinvio di un’operazione. In tutto, stando a queste fonti, le operazioni rinviate sarebbero tre in poco tempo.

In ogni caso una situazione che dovrebbe essere attentamente monitorata. Al Gaslini di Genova, l’ospedale infantile che rappresenta l’eccellenza in Italia, i posti in rianimazione sono 24. E’ possibile che all’ospedale torinese sia necessario aumentare i letti di rianimazione proprio per evitare il congestionamento che ieri ha causato il blocco della sala operatoria in un ospedale che serve tutta la regione.


Repubblica
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domenica 6 marzo 2011

L'OSPEDALE "GRADENIGO" SULL'ORLO DEL FALLIMENTO


L’OSPEDALE Gradenigo, 752 dipendenti, 200 posti letto, un pronto soccorso con 45 mila passaggi l’anno, è ormai sull’orlo del fallimento. Un deficit di bilancio che sfiora i 5 milioni, fidi con le banche per 20 milioni. Una cifra che rappresenta circa la metà dei finanziamenti che ogni anno la Regione dirotta sulla struttura di corso Regina, 46 milioni. La situazione del presidio sanitario gestito dalle suore delle Figlie della Carità della San Vincenzo, le stesse che neanche un mese fa hanno deciso la chiusura dell’asilo di via Nizza, preoccupa da mesi medici e personale e i fornitori non vengono pagati da più di un anno. Dieci giorni fa, sono andati in visita in corso Regina l’assessore regionale alla sanità Caterina Ferrero e il governatore Roberto Cota. La Regione sta cercando una soluzione che salvi una struttura, inserita nell’Aris (l’Associazione religiosa istituti socio-sanitari) giudicata fra le più efficienti della città.

L’ipotesi che si discute da tempo è istituire una Fondazione. Ne aveva fatto accenno già nel 2009 il direttore amministrativo dell’ospedale, Giuseppe Beccaria. Da anni si vocifera inoltre di appetiti da parte di società della sanità privata, ma le suore delle Figlie della Carità non sembrano intenzionate a cedere ai privati un piccolo gioiello che solo di muri avrebbe un valore di 20 milioni. Neppure un’acquisizione da parte della Regione è in discussione: in tempi di tagli e di risparmi forzati, una spesa di quelle dimensioni non può essere messa all’ordine del giorno. Le ultime notizie che arrivano dagli uffici di corso Regina raccontano di un interessamento da parte dell’Istituto Don Gnocchi, e forse della Diocesi. Per ora però nulla di concreto. Per centrare l’obiettivo sarebbe necessario prima ripianare il forte debito, in caso contrario è difficile immaginare che ci siano partner pronti a imbarcarsi in investimenti.

Quali le ragioni degli orizzonti in rosso delle suore vincenziane? La condizione economica è in parte frutto di un federalismo ante litteram: la Casa madre delle Figlie della Carità, che ha sede a Parigi, ha deciso che ogni sede dovesse gestire autonomamente i propri bilanci e questo spiegherebbe le difficoltà che hanno portato alla decisione di chiudere anche l’asilo di via Nizza. Ma la condizione dell’ospedale Gradenigo, al di là di alcune accuse di possibili errori gestionali come un esubero di personale non supportata da una crescita dell’attività, è in realtà piuttosto anomala. Struttura con funzione pubblica a tutto tondo, è equiparata agli altri presidi dell’Aris - Cottolengo, San Camillo, Fatebenefratelli e Ausiliatrice - ricevendone lo stesso trattamento di struttura privata. L’anomalia era già stata affrontata dall’ex-assessore alla sanità della giunta Bresso Eleonora Artesio, che aveva proposto di finanziare direttamente i progetti del Gradenigo finalizzati a migliorare il servizio pubblico ai cittadini. Ne è consapevole anche l’assessore Ferrero. Nella tabella allegata alla riorganizzazione della rete dei pronto soccorso, il Gradenigo compare infatti non a caso nella triade del SuperDea dell’area nord con San Giovanni Bosco e Maria Vittoria. Le prestazioni dell’ospedale di corso Regina, gratificato dall’alto gradimento dei pazienti, sono degne di nota: vanta la decima chirurgia del Piemonte, l’oncologia è fra le prime tre della Regione ed è centro di riferimento nazionale per i tumori rari e i sarcomi.


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giovedì 3 marzo 2011

MOLINETTE, A CARDIOCHIRURGIA SICUREZZA DEI PAZIENTI A RISCHIO


LA CARDIOCHIRURGIA delle Molinette è al capolinea. Dopo anni e anni di richieste di intervento da parte di Mauro Rinaldi e del personale che ci lavora, alcuni incidenti che si sono verificati negli ultimi giorni hanno decretato che non è più possibile rimandare la ristrutturazione delle sale operatorie e della terapia intensiva. L’ultimo, nella notte tra martedì e mercoledì, quando un sistema di aspirazione portatile — un apparecchio che serve sia per broncoaspirare i pazienti sia per il drenaggio degli operati — ha preso fuoco ed è stato portato immediatamente fuori dal reparto, lontano dai malati.

Qualche settimana prima: «Il 21 gennaio — scrive un operatore della terapia intensiva — durante il turno notturno, quando si è verificata la necessità di broncoaspirare un paziente, si è scoperto che l’apparecchio a muro non funzionava e il problema riguardava tutti i bocchettoni, più quelli delle due sale operatorie. Dal 21 gennaio, a distanza di un mese, la rianimazione e le due sale continuano a svolgere l’attività a pieno regime con ogni unità fornita di aspiratore portatile (uno di quelli che ha preso fuoco la scorsa notte)».

Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza segnala ancora: «Già da tempo la lettura della traccia elettrocardiografica del monitor paziente in sala operatoria risulta inaffidabile a causa di interferenze elettriche, le porte della sala ad apertura automatica possono essere aperte solo manualmente, con rischi di contaminazione e rallentamenti in caso di urgenza, la copertura del pavimento presenta squarci con problemi al trasporto delle barelle e per le pulizie, le scatole elettriche sono dotate di coperture provvisorie».

«È una vergogna — dice Mauro Rinaldi — sono anni che chiediamo di intervenire, continuiamo a lavorare in condizioni assurde, qui tra qualche mese crolla tutto, altro che Molinette 2». Il direttore generale, Emilio Iodice, e il suo staff, non appena insediati, hanno inviato una richiesta di finanziamento alla Regione, per sei milioni e mezzo di euro, che dovrebbero servire per ristrutturare sale operatorie e terapia intensiva. La speranza è che la loro richiesta trovi maggior seguito in assessorato di quella che aveva fatto Giuseppe Galanzino, qualche mese prima di lasciare il posto di direttore generale e che non aveva avuto risposta.

«In una situazione come questa il rischio è gravissimo sia per i malati che per gli operatori — dice Franco Cartellà, rappresentante Cgil alle Molinette — non si può più andare avanti in questo modo, ma al tempo stesso l’ospedale non può permettersi di perdere la cardiochirurgia». In effetti, le denunce dei lavoratori, parlano di una reparto dove l’incidente è sempre dietro l’angolo. «Abbiamo approvato un primo intervento d’emergenza per il ripristino degli aspiratori — spiega il direttore sanitario Roberto Arione — nell’attesa che arrivino i finanziamenti per una ristrutturazione dell’intero reparto. L’idea è di rifare le sale operatorie con le più moderne tecnologie, sale che siano all’avanguardia e che servano anche da appoggio per tutte le altre chirurgie in caso di necessità. Speriamo che l’autorizzazione arrivi presto».


Repubblica
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venerdì 25 febbraio 2011

MOLINETTE, NUOVO CASO DI H1N1, RICOVERATA UNA DONNA DI 28 ANNI


TORINO - Nuovo caso di influenza A alle Molinette. Si tratta di una giovane donna di 28 anni che da fine gennaio era ricoverata nel reparto di ematologia dell'ospedale perché affetta da leucemia mieloide acuta che ieri è stata trasferita in rianimazione e sottoposta ad Ecmo, l'apparecchiatura che permette la circolazione extracorporea del sangue.

Intanto, sono migliorate le condizioni di un'altra paziente ricoverata da alcune settimane nel reparto che pertanto è stata ritrasferita all'ospedale di Casale, nell'alessandrino, da dove proveniva. Da inizio anno sono 16 i pazienti trasferiti alle Molinette perché affetti dal virus H1N1. L'ospedale piemontese è infatti unodei 5 centri italiani di riferimento decisi dal ministero della sanità per l'utilizzo dell'Ecmo. Sette sono stati i decessi dall'inizio dell'anno.


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martedì 22 febbraio 2011

ODORI SGRADEVOLI A TORINO, ARPA INDIVIDUA ORIGINE


L'impianto Punto Ambiente di Druento sarebbe all'origine degli odori sgradevoli percepiti in gran parte di Torino. Ad affermarlo e' l'Arpa. ''Si ribadisce - afferma l'Arpa - che il fenomeno lamentato si origini dall'impianto Punto Ambiente di Druento, a cui occorre pero' aggiungere una componente dovuta all'emissione di odori della discarica CIDIU sita in localita' Cassagna di Pianezza. Non e' tuttavia da escludere la possibilita' che in alcuni periodi si sovrappongano le emissioni prodotte da altri impianti''.


ANSA
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